Iced Earth – Incorruptible

Si chiude un’ipotetica trilogia dopo l’arrivo di Stu Block in casa Iced Earth (per i quali non lo nascondo ho un forte debole), si chiude nel migliore e più auspicabile dei […]

Si chiude un’ipotetica trilogia dopo l’arrivo di Stu Block in casa Iced Earth (per i quali non lo nascondo ho un forte debole), si chiude nel migliore e più auspicabile dei modi -nonostante io preferisca fra i tre il precedente Plagues of Babylon, ma sono sottigliezze- con Incorruptible, un disco solido e pieno di quel tipico sapore che solo Jon Shaffer sa imprimere alle sue produzioni. Gli Iced Earth consegnano così alla propria discografia l’ennesima perla, l’ennesima prova che non ci fa rimpiangere nulla di quello che è stato in passato. Gli Iced Earth -almeno per quanto mi riguarda- non stancano e grazie ai loro tipici e piccoli accorgimenti riescono ad esplorare all’interno di un singolo disco ogni loro sfumatura, in tal modo avremo i classici brani “anthem”, quelli più rocciosi ed epici, le rasoiate “in your face” o quelli accompagnati dall’immancabile chitarra acustica e poi il brano lungo e “corposo” tenuto opportunamente per la fine di tutto Incorruptible.

Insomma, se non si fosse ancora capito il nuovo capitolo della famiglia Iced Earth merita ogni centesimo richiesto per il suo possesso, non ci sono cazzi che tengano. Gli Iced Earth fanno le cose come “da aspettativa”, seguono il loro manuale e costruiscono una tracklist di dieci pezzi in grado di non lasciare il minimo dubbio circa lo stato di salute della band. C’è l’animo della gioventù dietro, ma anche c’è lo smalto dei veterani a guarnire un songwriting che non lascia spazio a sorprese, ma va bene così quando di fronte ci si parano lavori strutturati in questa maniera, lavori che non ambiscono ad essere i “vertici” di una data discografia ma che li sotto se ne stanno pronti a mescolare le carte assieme a tanti altri. E in quel luogo così “incerto” troviamo l’interesse di scoprire quale posizione dargli a Incorruptible, perché tale fatica merita tanto quanti altri ottimi comprimari della sconfinata produzione targata Iced Earth (e tolti gli indiscussi capolavori diventa sempre più arduo sceglierne un singolo ascolto giornaliero).

Come non amare oramai la voce di Stu Block (sempre più oliato e determinante), davvero l’ideale erede del mai dimenticato Barlow (quante emozioni indelebili sono arrivate dalla sua ugola) e sua versione grezza e “scorbutica” che il tempo lascia maturare come è giusto che sia. Come non adorare i fraseggi ficcanti del trademark Iced Earth già abbondantemente sviscerati da quell’opener devastante dal titolo Great Heathen Army (immediatamente fra il meglio delle ultime fatiche, intro epica e poi giù a pedalare come solo una macchina oliata perfettamente sa fare), solo la punta di un iceberg sonoro che non ne vuole sapere di ottemperare alle “buone maniere” o cose simili. Come non notare poi una produzione asciutta e la solita copertina fumettosa in grado di visualizzare l’ipotetico scenario iniziale. E no, non sono proprio cambiati gli Iced Earth figli della vecchia scuola e ancora devoti all’acciaio fuso come non mai (come nutrimento basterebbero i sei minuti strumentali di Ghost Dance – Awaken the Ancestors- così semplici ma anche così efficaci da riuscire a spiegare diverse emozioni senza l’uso di parole), capaci di tirare fuori pezzi incredibili come Black Flag (cosa non è il ritornello!), Raven Wing (subdola perfezione che agisce nel tempo) o la fulminea pugnalata Seven Headed Whore senza dimenticarsi le cose fatte bene e “con la testa” come le varie The Veil (altro refrain da consegnare subito ai posteri, un “timido” ritorno allo stile di Something Wicked This Way Comes), The Relic (Part 1), Brothers e Defiance. E poi alla fine c’è lei (Clear the Way – December 13th, 1862) e pazienza se non sarà la loro suite migliore perché l’importante è quando gli Iced Earth si cimentano su tale categoria non sbagliano mai niente e così ancora una volta potremo gioire attraverso rudi spire e momenti folk che non snaturano lo stile della band americana.

I fans saranno ancora una volta felici, saltellanti e soddisfatti, poco ma sicuro, poi ognuno avrà la sua sacrosanta libertà di giostrarsi la discografia a proprio piacimento ma Incorruptible non potrà che rafforzare un percorso sempre più importante, longevo e scolpito nella storia della musica heavy metal. Gli Iced Earth non falliscono e nuove gioie si accumulano all’orizzonte. Riconoscibili fra mille nel loro essere ultra classici, cosa volere di più?

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