Hypocrisy – A Taste Of Extreme Divinity

Con loro sono di parte, non c’è nulla che tenga, quello che per altri vale “tot” per me vale sempre qualcosa di più. E’ così che dovrete leggere questa “recensione” […]

Con loro sono di parte, non c’è nulla che tenga, quello che per altri vale “tot” per me vale sempre qualcosa di più. E’ così che dovrete leggere questa “recensione” (a meno che non siate malati di loro quanto me).

Feci discreti salti di gioia ai tempi (2009) dell’uscita di A Taste Of Extreme Divinity, solo due cose mi trattenevano dal farli troppo in alto, la più importante (e preoccupante) risiedeva nel valore di Virus, un disco troppo spesso idolatrato in giro ma non da me; in casa mia rimane l’anello indiscutibilmente più debole della loro discografia senza bisogno d’ulteriori ripassi o approfondimenti del caso. L’altra preoccupazione stava nella copertina che sembrava far presagire un drastico cambiamento di rotta (sembrava più una copertina alla Morgana Lefay) anche se non saprei dirvi esattamente dove.

Ho voluto trattenermi e a conti fatti è stato un bene perché la sorpresa e il godimento che ho provato durante il suo primo ascolto sono stati pari ai loro grandi classici del passato. Ma voglio partire dall’unico brano debole della tracklist, l’unico che mi ha riportato in mente “le sbandate” di Virus, sto parlando della title-track (nonostante in alcune parti ricordi il gruppo prima della “svolta”) e di quella vena più brutale e chirurgica che Peter sembrava voler sfruttare appieno con l’arrivo di Horgh dietro le pelli. Proprio questa vena  “brutal” mi ha fatto capire cosa non andava in Virus (giuro, non lo nomino più) e cosa è invece necessario per il loro sound (un Horgh meno tecnico e più “terra-terra” come se fosse un Lars Szoke “potenziato” della situazione), anche se la scelta fu dettata proprio per cause “tecniche”. Comunque non è -per me- un caso che una maggiore semplicità torni a colpire nel segno con A Taste Of Extreme Divinity.

Ma ora si può finire con i discorsi da bar e cominciare con gli elogi. Su questo disco i nostri hanno ritentato l’alternanza “brano-tirato, brano-lento” o comunque ne siano venuti meno solo in poche occasioni. Questo, ma soprattutto l’opener Valley Of The Damned, hanno riportato in vita alcune sensazioni tipiche di quel masterpiece rispondente al nome di The Final Chapter (capitemi, con non pochi traumi). Da quanto tempo non mi tiravano fuori un brano così, stampo puro della premiata ditta Tägtgren/Hedlund dotato di rinnovate forze e freschezza compositiva fuori dal normale.
Quando poi si prosegue con “l’inno” Hang Him High si comincia a comprendere la portata del tutto (non a caso è stata usata a lungo nei concerti). Solar Empire continua il lato melodico offrendo uno dei migliori ritornelli del disco (viene naturale canticchiarlo assieme a Peter) e una grande lead guitar portante, Weed Out The Weak ci schiaffa in faccia un riff da manuale (di quelli che vorresti sentire senza sosta) prima di evolversi in una maniera che solo loro sanno sfruttare; la canzone in poco meno di quattro minuti semplifica le varie sfumature della band.
No Tomorrow colpisce all’istante, immaginate l’incedere di Roswell 47 unito a quello di Fire In The Sky e chiudete gli occhi. Praticamente non faccio in tempo ad arrivare alla traccia seguente che sono già k.o. Troppe emozioni una dietro l’altra ed ecco giungere “il trionfo” chiamato Global Domination (a questo giro la mia indiscussa preferita, d’altronde “i gusti sono gusti”) lacrime e perfezione si fondono sulla scia di una finale da tramandare. Alive eleva l’approccio “catchy” (avrebbe fatto fare miglior figura ad uno a caso dei precedenti tre dischi) mentre con The Quest veniamo trasportati con il pensiero da qualche parte tra Fourth Dimension e The Final Chapter, una muraglia imponente prende forma, tastiere come le sanno inserire solo loro, e conseguente “hypo-epicità” raggiunta più che soddisfacentemente per l’ennesima volta (ma quanto è bello l’assolo? giusto per la serie: “la semplicità sempre paga e quando lo fa tutto è meglio“).
La formazione svedese frantuma ossa e ci indirizza verso casa con altri due classici, prima viene la ritmica e possente Tamed (Filled With Fear), poi la “mazzata” Sky’s Falling Down (quest’ultima un pelino sotto la bellezza di quelle ascoltate in precedenza se proprio devo dirlo, ma niente di controproducente, niente che intacchi il valore super positivo dell’album).

A Taste Of Extreme Divinity ci riconsegnava degli Hypocrisy in splendida forma, col senno di poi il disco migliore dai tempi di Into The Abyss (con il quale se la gioca ai punti), questo dovrebbe rendere ulteriormente l’idea del peso qualitativo/positivo che si porta dietro.

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