Heretoir – Heretoir

Chi aveva seguito le uscite su breve durata del monicker Heretoir avrà sicuramente esultato non poco ai tempi della fuoriuscita del loro capitolo omonimo. L’attenzione era stata catturata da un […]

Chi aveva seguito le uscite su breve durata del monicker Heretoir avrà sicuramente esultato non poco ai tempi della fuoriuscita del loro capitolo omonimo. L’attenzione era stata catturata da un ep ed uno split davvero interessanti, con le attese che erano diventate abbastanza “fuori dal normale”, almeno per una band come loro, ancora intenta a partorire il primo figlio . La Northern Silence Productions orchestrava nel 2011 tale appetitosa leccornia, presentandola con una copertina subito impattante (e che non stona affatto con il lato musicale). L’obiettivo primario “mai celato” era quello di accalappiare la nutrita e sempre crescente -in quegli anni- schiera di estimatori di band come Amesoeurs, AlcestLantlôs (ai quali aggiungiamo quel pizzico di onirico dei nostrani Novembre), per una perfetta sintonia tempistica con le “esigenze di mercato”, per fortuna non si raschiava sciaguratamente il fondo del barile con banalità o sterilità, gli Heretoir facevano il loro lavoro al meglio, incantando su alti livelli dove necessario.

La loro musica fonde qui l’ormai famoso depressive black metal (ma dovete pensarlo molto melodico) con una parte rock inebriante e sognante. Heretoir è un viaggio onirico e nebuloso di cinquanta minuti, “arioso” nelle sue lunghe composizioni prodotte al meglio e secondo regole idonee ai fini cercati, di conseguenza vengono a galla quelle piacevoli sensazioni malinconico/decadenti che tanto solitamente ci piacciono (qualcosa d’inafferrabile rimane stranamente a fluttuare).

Nel disco ci sono ampie porzioni strumentali che danno una mano all’ascoltatore nel raggiungere il completo distacco, dall’altro lato i momenti intensi ed “urlati” riportano il pensiero “in terra”, senza commettere lo sbaglio di ostacolare l’armonia che vige tra le due parti. The Escape: Part I è l’ideale prologo dalle tinte fosche e sognanti (quasi speranzose), spalanca al meglio le porte a Fatigue, prima perla di un disco che riuscirà nell’impresa -si spera- di soggiogare parecchie persone. La canzone distribuisce diverse situazioni emotive e si divide fra scream lacerante e momenti “in pulito” che definirei a loro modo epici. Riesce sempre a rapirmi a dovere la strumentale Retreat to Hibernate, semplici note tanto “tristi” quanto di speranza per sei intensi minuti. Weltschmerz è invece il pezzo più accattivante del lotto, partenza aspra e diabolica che lascia modo di graffiare alle chitarre, prima di lasciare spazio ad un certo “godimento ritmico” da antologia (strati sonori d’effimera bellezza). Graue Bauten segue con tranquillità la linea tracciata proseguendo al meglio il percorso con la sua arme principali, guidate in primis dalla semplicità. E’ proprio questa la fortuna di un lavoro come Heretoir, il suo sapere fare quelle poche cose per bene, senza dare mai l’idea di forzare. Sembra che ogni momento sia stato studiato chirurgicamente a fondo per catturare ed affascinare senza sosta. Persino To Follow the Sun (bollabile come “ruffiana”) riesce a deliziare senza intaccare forma e valore, così come la riflessiva e tranquilla title track, canzone che fa scorrere delicatamente per dieci minuti tutto il peso delle note ascoltate in precedenza.

Heretoir è un disco notturno, elegante ed autunnale, un lavoro che si merita la sua piccola opportunità, musica creata per osservare ciò che ci circonda. E’ il classico album “libero di agire”, che scaccia ogni preoccupazione su quanto e come durerà/finirà, in questo modo farlo ripartire a rotazione sarà un gesto del tutto automatico e simbolico. Nonostante non ci sia per me nulla che non vada, voglio “volare basso”, forse proprio a causa della marcata linearità che impedisce la manifestazione di veri e propri picchi.

About Duke "Selfish" Fog