HateSphere – To the Nines

Correva l’anno 2009 e gli HateSphere ne arrivavano malconci da un disco ben poco convincente come Serpent Smiles and Killer Eyes. Il momento era certamente “nevralgico” con la band danese […]

Correva l’anno 2009 e gli HateSphere ne arrivavano malconci da un disco ben poco convincente come Serpent Smiles and Killer Eyes. Il momento era certamente “nevralgico” con la band danese intenta a registrare la prima reale “frenata” della propria discografia. Ma i problemi non venivano da soli è così si annotava pure l’uscita dello storico nonché iconico singer Jacob Bredahl qui sostituito “alla meglio” dal buon Jonathan “Joller” Albrechtsen (canterà alla fine proprio solo su To the Nines prima di dedicarsi ad altro).

Il momento per cambiare aria era dunque propizio e l’arrivo di un’etichetta come la Napalm Records (ottima la cura del digipack in mio possesso) fungeva da ideale trampolino per un salto che dati alla mano risulterà positivo ma non eccellente come forse qualcuno poteva attendere.

To the Nines veniva dato in pasto alla sapienti mani di Tue Madsen che subito andava a formare quella “ruvida ed irrefrenabile palla di fuoco” in sede di produzione. Il disco suona in tal modo “cazzuto e spinoso”, non sta troppo a blaterare e ci butta giù una serie di pezzi altamente esaltanti. Pazienza per qualche “giro a vuoto” (anche se mai completo, le cose rimangono sempre del limite del gradevole o “sopportabile”) come Clarity o In the Trenches (la breve Even If it Kills Me pur non stupendo alla fine riesce a differenziare alcune modalità ormai date come scontate) ma quando dall’altra parte riesci a rispondere con pezzi del calibro di Backstabber (spinta, spinta, spinta), Cloaked in Shit (quando partono con quel riffing thrash non si può nascondere una certa esaltazione) e soprattutto Oceans of Blood (ancora oggi uno dei migliori dalla firma HateSphere per quanto mi riguarda, roba da farmelo attendere lungo tutto il decorso dell’album) vuol dire che la ragione resta pur sempre dalla tua. Impossibile non notare poi il tocco creativo e ficcante -in lungo e in largo- di Peter Lyse Hansen, il disco passa quasi interamente dalle sue mani e lo si avverte ripetutamente sia nelle canzoni già menzionate che sui validi “appoggi” rappresentati dalla rottura delle acque di una title track in funzione di decalogo passando per The Writing’s on the Wall ed Aurora.

Ma le buone cose qui partorite non bastano a far prendere posto a To the Nines fra i migliori lavori della formazione danese che resta poco sotto a far raccogliere i suoi preziosi brandelli ai più affamati di materia HateSphere in circolazione.

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