Hate & Merda – L’anno Dell’Odio

Ambiente caliginoso. Qualcuno è già stato qui. Si avverte ancora distintamente la sua presenza. Sembra di entrare a spettacolo già iniziato (oppure è già finito e non ce ne rendiamo […]

Ambiente caliginoso. Qualcuno è già stato qui. Si avverte ancora distintamente la sua presenza.

Sembra di entrare a spettacolo già iniziato (oppure è già finito e non ce ne rendiamo conto?) una volta spalancate le porte di L’anno Dell’Odio, eppure l’habitat si presta ad uno strano e piacevole comfort, si rimane spiazzati perché così non dovrebbe essere, ma poi comprendi di come ci sia coabitazione nel malessere e l’equazione può dirsi infine presto risolta. Gli Hate & Merda confezionano ansia e disagio e ci infiocchettano il tutto per mezzo di uno sludge disturbante, lentamente esplicativo e abrasivo, già nocivo (per l’anima) nel dna, robina già bella che pronta a tediare la stragrande maggioranza di ascoltatori “perbenisti” sparsi per l’intero globo.

Bisogna aver buttato giù diverse barriere musicali per potersi prestare ad un tipo di ascolto di questo tipo, dove la forma canzone non esiste (ad essere onesti nemmeno la “forma album”), e neanche la parvenza di una vana lotta è mai veramente contemplata (ma per cosa si combatte quando non c’è niente in palio?, quanta realtà sarete disposti ad accettare?). Una volta presi e sedati verremo riposti sopra un rullo, lentamente trasportati “a zonzo” per ambienti non bene definiti, dove sofferenza ed inconcludenza saranno nostre fedeli compagne, le uniche che potremmo avere il lusso di permetterci o frequentare.

Cinque pezzi, multiforme ispirazione che sfonda le porte di una superficiale improvvisazione, sarà l’istinto a dominare, con l’innata capacità di darsi per dispersi a determinare il nostro reale “gusto” e indice di gradimento. Puro sfogo urlato, non importa se con chitarre (belle acide e fumose), bassi (ampi e non esageratamente profondi) o con la “semplice” voce (in ogni sua rappresentazione), l’importante è smarrirsi con l’unica variante che niente e nessuno tenterà di lanciare un aiuto “vanesio”, quantomeno non quello che siete soliti intendere.

L’imprevedibilità rende L’anno Dell’Odio un album rapido (ma non indolore), con i minuti a cadere in successione, quasi senza preavviso; questa peculiarità fa già capire -molto più di cento parole- la definita bontà dell’opera e dei suoi stranianti larghi spazi, così ben resi da nascondere oblio e quell’illusoria sensazione di chiuso che attanaglia.

L’underground nostrano erutta un disco da dover notare ad ogni costo (encomiabile il gesto di proporlo in 250 copie su lp) , con la giusta produzione dietro e il giusto coefficiente di difficoltà al momento della sua esplorazione. Un mesto tepore che dispiega gran parte della propria forza sulle note conclusive di Veglia Di Condoglianza.

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