Hate Eternal – Phoenix Amongst the Ashes

Hate Eternal, un nome e una garanzia che ormai non ha più bisogno di presentazioni. Erik Rutan (egregio produttore, conosciuto per la sua militanza nei Morbid Angel e Ripping Corpse) […]

Hate Eternal, un nome e una garanzia che ormai non ha più bisogno di presentazioni. Erik Rutan (egregio produttore, conosciuto per la sua militanza nei Morbid Angel e Ripping Corpse) riesce a portare avanti la sua creatura tra mille impegni, offrendo ogni volta lezioni su come vada suonato del ferale, tecnico e “maciullante” death metal.

Il quinto full-lenght usciva nel 2011 e prendeva il nome di Phoenix Amongst the Ashes, il disco aveva il compito di riportare gli Hate Eternal su livelli decisamente importanti. Non che il precedente Fury & Flames fosse eccessivamente brutto (d’altra parte penso che se Rutan volesse scrivere un album insufficiente dovrebbe solamente sforzarsi in quella direzione per ottenerlo), ma non riusciva nel compito di reggere l’inevitabile confronto con le prime tre opere (rimane comunque un disco da valutare “dopo”, molto a freddo). Phoenix Amongst the Ashes si posiziona invece tra i due gruppetti, costituendo una sorta di bilancia, esaltante quanto basta per soddisfare i palati più esigenti ma non così “mal riuscito” da rappresentare l’ultima ruota di un carro ancora in piena corsa.
Nel loro piccolo gli Hate Eternal sono difatti molto stimati, e la stima non viene quasi mai da sola, senza apparente motivo. Da sempre il loro death metal è basato su irruenza, tecnica e foga, un rapido ascolto li mostrava come la solita band che nulla mette e nulla toglie rispetto alla normalità, una band priva  dell’ingombrante necessità di sfondare ad ogni costo, con il tempo però si è imparato a capire quale fosse la vera magia di composizioni ricercate e saettanti, schizzate, perforanti e devote ad uno stile che non finisci di certo a suonare solo per farti notare.

C’è una progressione (seppur lieve) su Phoenix Amongst the Ashes, si avverte chiaramente la necessità di consolidare una certa maturità (che va detto, non sempre va a braccetto con la qualità) tramite la solita chirurgica perfezione. Il risultato parla chiaro, i nove nuovi pezzi non deludono affatto le aspettative ed elargiscono con piena energia la consueta “rapidità sonica” presente da sempre nel dna del gruppo.
Gli Hate Eternal si prodigano in ogni via per riuscire a deliziarci, per farci passare più rapidamente – ma senza noia- possibile i minuti messi in ballo, la loro sembra una dannata corsa contro il tempo, una corsa incessante che si prende meritato respiro soltanto alla fine, con l’avvolgente The Fire Of Resurrection (solo mastro Rutan può tirare fuori un brano di tale valore per consolidare la chiusura di un’opera).

Non si può discutere di certo l’aspetto tecnico del terzetto (Jade Simonetto alla batteria e J.J. Hrubovcak al basso), ogni passaggio è devastante e devastatore di qualsiasi brandello d’essenza vacante nell’aria (l’unica cosa che non riesco a digerire è l’introduzione di The Art of Redemption, troppo esagerata e fuori luogo a mio modo di vedere). The Eternal Ruler parte senza guardare in faccia niente e nessuno (Rutan vocalmente parlando è grandioso su questo album, sempre a tirare fuori metriche dannatamente efficaci, personali e “bestialissime”), Thorns Of Acacia sprigiona caos in scia al suo refrain declamato, con Haunting Abound (colpi di frusta a cadenza alternata) e The Art of Redemption assistiamo inermi a colate d’irruente  precisione, apparentemente priva di struttura (ma che invece c’è, eccome se c’è), ma in fondo è proprio lì che cova il loro segreto, dentro quel vortice accuratamente imbastito da chitarre perennemente gorgoglianti. Le strofe sembrano inghiottire tutto prima di aprire poderosi varchi a ritornelli imponenti, bestiali, detto con un sola parola: “superiori”. Alla rimpatriata non mancano di certo i consueti e schizzati solos, preziosi orpelli inseriti per destabilizzare, distruggere e ricostruire (quando si padroneggia l’esperienza sono questi i risultati). La seconda parte dell’album (aperta com metodi “rituali” proprio dalla title track) è -se possibile- ancora meglio, il terzetto formato dal classico Deathveil, Hatesworn (anthem vomitato e stra-pungente) e Lake Ablaze (potremo farla valere come sintesi del disco, più la senti, più ti piace, più quell’incedere ti rimane in testa) è di quelli in grado di non perdonare. Poi il gran finale si consuma con The Fire Of Resurrection, maestoso affresco oscuro dai toni epici e dissacranti.

Finché gli Hate Eternal produrranno dischi di questo tipo,non ci sarà il rischio di vedere tramontare la scena death metal americana. Possiamo definire il 2011 come l’anno in cui gli Hate Eternal (ma non solo) riuscirono a “sconfiggere” -senza particolari sforzi- i Morbid Angel.

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