Hate Eternal – Infernus

Mancavo all’appuntamento da circa quattro anni gli Hate Eternal, la doppia carriera (musicante e produttore) di Erik Rutan influisce certamente nell’attività della formazione che a questo giro si presenta con […]

Mancavo all’appuntamento da circa quattro anni gli Hate Eternal, la doppia carriera (musicante e produttore) di Erik Rutan influisce certamente nell’attività della formazione che a questo giro si presenta con un nuovo (e giovane) batterista nella figura di Chason Westmoreland (già sentito sui Burning the Masses e visto sul palco con Fallujah e The Faceless). Non poteva che chiamarsi Infernus il sesto disco di questa creatura che già nei primi anni di vita aveva stabilito o predetto il suo esatto futuro. La nuova fatica prosegue il percorso di “coscienza dei propri mezzi” ed incrementa il già alto valore del suo predecessore Phoenix Amongst the Ashes. Seppur a livelli impercettibili il precedente disco lavorava a più ampio raggio, il nuovo Infernus invece risulterà molto più compatto, tanto che potremo intenderlo come un’unica frastornante canzone in dieci atti.

E’ una rocciosa palla infuocata scagliataci contro da luoghi innominabili, è il rituale Hate Eternal ed è violento, veloce e tecnico come era lecito attendersi. Con questo disco gli americani “fanno cerchio”, decidono a priori come agire, non stanno lì ad attendere orde di “folle”, si mettono giù e colpiscono ciechi e quadrati, incuranti di chi parteciperà a cotanta mattanza del no-compromise. Ogni nuovo loro lavoro accresce la loro sicurezza e consolida il loro stile preciso, Infernus raddoppia questo concetto, lo fa adoperando stilemi classici ma senza arrivare ad opprimere, il disco acquisisce così una sua linearità precisa, capace di reggere l’urto di una violenza accesa e blasfema, che mai ti fa pesare il “controllo” e l’attenzione che vengono riposte dietro le quinte.

Dubbi sui Mana Recording Studios penso non ce ne siano affatto, ogni strumento esce fuori potente e virtuoso quanto basta, in pratica l’implemento di goduria o “distrazione” necessaria al completo appagamento dei sensi.

Locust Swarm incenerisce e sconquassa con l’uso sadico e consueto del bisturi. The Stygian Deep è invece una delle perle più rilucenti di questa nuova fatica, bellissimi gli architravi delle strofe e la “scorrettezza teatrale” del refrain. La Tempestad è un vortice d’azzeramento, mazzata fra capo e collo che non ammette alcun dispositivo di replica. La title track sotto certi aspetti può venir considerata come la rigogliosa punta di granito dell’opera (non a caso posta nel cuore dell’album), lentezza scandita tramite poderosi passi, senso d’imponenza a fluttuare e grandi versi declamati da un Rutan in splendida forma (invecchiassero tutti così!). The Chosen One riapre al visceral-caos (bellissimo l’inizio) mentre con Zealot, Crusader of War si va ad accrescere il “loro senso epico/rituale” martoriante, ma qui non ci si ferma ad aspettare nessuno, e la successiva Order of the Arcane Scripture sta giusto li per dimostrarlo, altro pezzo in puro e distillato dna Hate Eternal, giocosamente pregno di blast beat scorticanti (l’inizio provoca scompensi cardiaci). Giusto nel rush finale ci sarà concessa apparente pace, dapprima ci pensa la composta strumentale Chaos Theory (il titolo basta a spiegare come la parola da me utilizzata vada presa con le pinze, un denso senso di stordimento vi pungerà egualmente) poi la fantastica imponenza di O’ Majestic Being, Hear My Call (solito regalino finale di Rutan, lo si finisce ad attendere sempre, la sua coda è strepitosa), doppie velocità condensate e sparate fuori per l’ultima dimensione sonica di Infernus.

Questo sesto capitolo s’ingrossa e procura sempre più interesse durante il suo svolgimento, il suo punto forte è quello di scacciare ogni senso “appagante”, riuscendo pure a tenerti sulla corda senza particolari problemi. Tutte le canzoni senza eccezione irrompono per razziare con cura le nostre interiora, solito sconquasso controllato/filtrato alla fonte, e grande senso di potere a dominare. Infernus non sarà il loro disco migliore, ma chissà quante firme avrei raccolto anni fa per avere la certezza di un risultato di questo tipo da loro nel 2015. Bel colpo della Season of Mist che ha sfruttato l’occasione di produrli , mentre la copertina appagherà sicuramente la sezione oculare.

About Duke "Selfish" Fog