Harmdaud – Blinda dödens barn

Ci sono dischi che si possono benissimo “fiutare” ancor prima di ascoltarli. Dischi per i quali finisci a gonfiarti il petto la volta concretizzatasi l’indovinata intuizione. E al momento sta […]

Ci sono dischi che si possono benissimo “fiutare” ancor prima di ascoltarli. Dischi per i quali finisci a gonfiarti il petto la volta concretizzatasi l’indovinata intuizione. E al momento sta pure attendendo l’etichetta giusta che lo possa stampare questo Blinda dödens barn (che a parer mio non tarderà nell’arrivare), lavoro di esordio per la one man band svedese Harmdaud; il monicker appartiene a Andreas Stenlund, conosciuto ai più attenti per aver affiancato il prestigioso Vintersorg in sede live, un Vintersorg che funge quasi da molla per l’ispirazione di Andreas, ma giusto per qualche forte accento o distinta parte da richiamo, perché la creatura Harmdaud non vuole infine essere così distintiva o “fuori dalle barriere” quanto il rinomato nome citato come riferimento. Il plagio lo si avverte ma a folate diciamo (e va bene così), e ci sarà certamente il modo per modellarlo a dovere nel proseguire del cammino.

La copertina da una parte preannuncia il climax epico che farà da sfondo ai 41 minuti protagonisti, minuti sempre ispirati, pieni rivelatori dell’arte nordica legata al black metal d’atmosfera. Blinda dödens barn sa cingere ma sa anche come produrre le opportune ferite, sa soprattutto professare l’arte dell’elevazione sensoriale la qual cosa lo sospinge in avanti fra le mie semplici e basiche preferenze.
Harmdaud lavora su strutture “ipnotiche” bagnate da una produzione che sarà davvero l’ideale per sottolineare determinati umori, caratteristiche ed emozioni largamente rilasciate.

I vocalizzi inanellano molto spesso suoni profondi per cingere a modo il cerchio emozionale creato, ma questi sono mutevoli nella loro compostezza, scelgono ciò che vogliono trasmettere e ogni canzone da questo punto di vista saprà districarsi al meglio fra attimi concitati e altri ricercatori di nevralgici spazi aperti.

Le otto canzoni tirano una linea immaginaria e li attorno restano con potenza ad oscillare (piene sino al bordo del significato di “forza della coerenza”). Sarebbero tutti da iscrivere all’albo degli “anthem” i brani, veri e propri inni per terra, corpo e spirito suonati con immacolato sentimento da un’artista che ci fa vedere all’istante ogni cosa filtrata dai suoi occhi.

Posizionate senza indugiare il bollino di attenzione, il monicker Harmdaud non vi deluderà. Vi troverete a gioire per queste note.

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