Halter – For the Abandoned

Accogliamo curiosamente il secondo album dei russi Halter, la band appare ben disposta nei confronti di una formula death/doom antiquata , primariamente conscia e poi fiera di esserlo. Sta proprio […]

Accogliamo curiosamente il secondo album dei russi Halter, la band appare ben disposta nei confronti di una formula death/doom antiquata , primariamente conscia e poi fiera di esserlo. Sta proprio su questa base di partenza la loro intrigante forza, così giù con gli strumenti in mano e “testa bassa” a ricreare le giuste ed agognate vibrazioni. Saranno autentiche colate volte al “ribasso” ad accoglierci, spettri di una monotonia che a ben vedere verrà furbescamente “inscenata”, perché solo in seconda battuta realizzeremo di quanto e come venga scacciata via spesso e volentieri (inutile sottolineare il fatto di come la proposta sia indicata ad un pubblico ben rodato e dentro al genere, alla larga anche i “simpatizzanti”).

C’è ancora la valevole MFL Records a seguire il loro cammino (il loro acerbo esordio intitolato Omnipresence of Rat Race uscì nel 2013, il nuovo For the Abandoned se la vince tranquillamente ai punti secondo il mio giudizio), un cammino troppo breve e lineare per poter ricevere precoci “sentenze” (ma quantomeno si va in crescendo), sicuramente possiamo stare a disquisire su quanto sia facile riuscire, ma in campo death/doom è anche troppo facile sbagliare e se non si valutano bene i rischi, il pericolo di non lasciare alcuna traccia diventa più di una semplice e lontana possibilità.

Sei le canzoni che affronteremo (48 minuti il minutaggio), sei canzoni inaugurate da …of the Part of Nature, una danza macabra in grado di spargere l’adeguata quantità di fuliggine nell’aria. Il growl è profondo e si fa seguire bene (soprattutto con i testi sottomano), devo dire che forma una bella coppia con il reparto ben calcato dei bassi. Le chitarre intrecciano trame pazienti, in ogni occasione è la “familiarità” la dote cercata, tanto che finiremo a scoprirne la reale essenza solo verso metà canzone. Hunters’ Brotherhood attacca bella marcia, un po’ come piaceva fare ai Bethlehem ai tempi del loro Dark Metal (sarà comunque un ricordo ricorrente su tutto l’album) orecchie e sensi ringraziano beatamente, cullati da queste colate così ben scavate e “ciondolanti”. La linearità d’approccio è tutto per gli Halter che fanno tesoro di ogni brano scritto senza calcare troppo la mano sui minuti. I brani “vanno a morire” al momento giusto ,con attimi d’anticipo rispetto alcuni incroci considerabili come pericolosi. Ma la componente migliore che hanno in dote è quel “tiro lento” e mai noioso (un lato decisamente perfezionato rispetto l’esordio), abile nel trascinare e far volare via i minuti. I dieci minuti di First Snow li posso quasi considerare come il tormentone di tutto For the Abandoned, il brano cattura in lentezza, facendo leva su un “refrain” tanto semplice quanto mestamente perforante. Arrivati al giro di boa senza quasi rendercene conto finiamo nell’abbraccio di Pain Wich Never Sleeps. Un nuovo cerchio è pronto ad aprirsi con l’uso delle medesime armi, il brano fra tutti è anche quello capace di crescere di più in seguito a ripetuti ascolti, il che di sicuro non può scocciare. Keepers of Persistent War è breve ed agisce su ritmiche leggermente più sostenute e “snelle”, apripista ideale per il pezzo più lungo (con i suoi dodici minuti) e disperato intitolato Ode to the Abandoned, degna conclusione di questo tenebroso e scandito viaggio.

Il secondo album degli Halter è da sposare sulla fiducia, in base al nostro attaccamento al death doom metal. Sono sicuro che riuscirà a sfiorare le giuste leve con chi di dovere.

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