Gurthang – Shattered Echoes

I polacchi Gurthang e quell’album “capace di inchiodarti seduta stante”, abbastanza inaspettato e proprio per questo ancora più bello ed affascinante da vivere ed ascoltare. Shattered Echoes è il loro […]

I polacchi Gurthang e quell’album “capace di inchiodarti seduta stante”, abbastanza inaspettato e proprio per questo ancora più bello ed affascinante da vivere ed ascoltare. Shattered Echoes è il loro quinto parto su lunga distanza e di certo non lascia spazio a dubbi riguardo l’esperienza accumulata e attualmente grondante da ogni esalazione composta e confezionata.

Sound massiccio/evocativo e circolare, freddi meccanismi pungenti adagiati sopra una prestazione vocale libera di svariare tra blasfemia, profondità e “recitazione” (per tutti i gusti ma senza perdere d’occhio la qualità, un paletto fissato con le viscere sull’opera). A prima botta vengono in mente strutture dirette alla Darkthrone o Horned Almighty, ma non sarà quello l’ultimo fine scelto di intraprendere dai Gurthang visto come i nostri infarciscono i loro brani di sensazioni “scure”, rallentate, epiche ed “esplorative”, ma sarà una esplorazione meditata, orbitante sopra una formula sicura e sempre accattivante, capace di generare puro magnetismo grazie ad un riffing vincente e sopraffino.

Vincono su tutta la linea i Gurthang, totalmente incuranti nel porci un album sicuramente “ostico e strisciante” per come si sviluppa nella sua lunghezza (un’ora quasi precisa di freddo mortale). Proprio per questo saranno necessari pazienza e il giusto mood mentale, solo in quel caso farsi abbracciare da certe ritmiche diventerà terapeutico e a modo suo confortante.

Shattered Echoes è autentico rituale (criptico ma chiaro nella sua esposizione), ogni freccia se presa a se non lascia spazio a dubbi circa la validità costante del songwriting. Tutto è riposto con ordine, in maniera chirurgica, meticolosa, composta, ma solo una volta unita l’esperienza dell’insieme potremmo dirci “completi”, vittime di quel vortice ipnotico che la band si è ben di curata di voler ottenere tramite le armi a propria disposizione.

E davvero, iniziare con opprimenti track-by-track mi risulta in tal caso cosa difficile, la partenza sulla scia dell’entusiasmo formata da Closure e Denial parla da sola (basta mettersi lì ad ascoltare) così come i poderosi rigurgiti doom lanciati su Departed o le magmatiche ed ingannevoli armonie di Inheritance – The Distress. Ma non tenere conto delle varie My Salvation, Rebirth, Ignite (la più lunga con i suoi otto negativissimi minuti), della velenosa Pylon of Blaze o della “innalzante” e magistrale chiusura con Inheritance II: Red Mourning (da vivere il “cosa” procura quella voce pulita messo in tal modo alla fine) sarebbe un peccato mortale, quindi sarà d’uopo fare un bel respiro e buttare giù tale diabolica vitamina nella sua interezza, giusto per farsi ancora una volta allegramente “beffe di tutta l’umanità”.

About Duke "Selfish" Fog