Grief of Emerald – The Devils Deep

Erano spariti da quasi dieci anni gli onesti mestieranti Grief of Emerald. Loro sono la classica band che arrivi a conoscere solo se il metallo estremo svedese rappresenta qualcosa di […]

Erano spariti da quasi dieci anni gli onesti mestieranti Grief of Emerald. Loro sono la classica band che arrivi a conoscere solo se il metallo estremo svedese rappresenta qualcosa di più del solito pane quotidiano (il “più” può anche essere considerato dalle sinfonie annesse che da sempre accompagnano il loro sound). Ricordo -e custodisco- ancora oggi l’ottimo esordio Nightspawn, una piccola reliquia che consiglio vivamente di andare a ripescare alla prima occasione. Dopo venivano ancora due buoni lavori: Malformed Seed e Christian Termination. Nel 2012 i nostri decidono di riprovarci e buttano nel forno The Devils Deep, un lavoro che purtroppo non arriva ad esaltare completamente.

I Grief of Emerald suonano ancora veloci e sinfonici, dalla propria terra acquisiscono pennellate care a Naglfar e Dissection (Il cantante/chitarrista Johnny Lehto non è proprio un novellino visti i trascorsi nei magici Decameron), mentre il lato sinfonico riprende “saggiamente” il vecchio operato di Dimmu Borgir e Old Man’s Child, cosa che male non fa per chi è cresciuto con certi sound.

Le sette canzoni di The Devils Deep passano rapide e non sono mai veramente scadenti (tre di esse risalgono ai primi due album, Revival e Famine estrapolate da Nightspawn, Holy Book, Holy Shit da Malformed Seed , altre dal demo passato in sordina nel 2009 Holocaust), ma hanno l’ingrato compito di lasciarsi dietro realmente “poco”, forse a causa di una produzione non propriamente esaltante. Se anche una persona mai stanca di queste sonorità come me non si lascia soggiogare completamente posso immaginare quanto potrà essere difficile per l’ascoltatore “occasionale”. Ci sono tante belle parti in tutte le canzoni ma ci sono anche pericolosi sbandamenti, la canzone che meglio riflette questa sensazione di incompiutezza è proprio la title track, capace di esaltare e annoiare allo stesso tempo. Le tastiere come già detto suonano molto “anni 90” (l’uso è diciamo “sempliciotto”), questa impostazione sarà per loro un discreto ostacolo, viste le possenti ed ingombranti orchestrazioni odierne, infrastrutture alle quali il pubblico più giovane è ormai assuefatto da tempo.
Divine Dragon è la canzone da non farsi scappare andando oltre quelle già conosciute e qui riadattate (erano decisamente meglio le originali). Ci sarà da combattere un po di fiacca e senso di piattezza, ma con le giuste energie potremo in parte sopperire a queste evidenti carenze.

Nonostante tutto mi ha fatto piacere ritrovare il loro black/death sinfonico, anche se lo smalto non è dei giorni migliori l’importante è stato far rientrare un vecchio tassello di Svezia. Un salvataggio di fiducia, meglio non fidarsi di nessuno in questo caso e decidere da soli.

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