Graveworm – Ascending Hate

Ci sono almeno due grandi novità da sapere riguardo il nuovo disco dei Graveworm. La prima e più influente è senza dubbio il ritorno di Stefan Unterpertinger alla chitarra (l’ultimo […]

Ci sono almeno due grandi novità da sapere riguardo il nuovo disco dei Graveworm. La prima e più influente è senza dubbio il ritorno di Stefan Unterpertinger alla chitarra (l’ultimo album registrato con loro fu Engraved in Black), l’altra potrà invece essere presa subito come “negativa”, ma forse-forse risulterà esattamente il suo opposto: dopo anni di fruttuosa collaborazione termina il sodalizio con Nuclear Blast e si apre quello con AFM Records, un’etichetta certamente “meno chiassosa” ma che il suo lo sa fare molto bene.

Sono queste le micce che fanno partire “a tutta” Ascending Hate, nono tassello della loro compatta discografia (a ben quattro anni dal precedente e per me “pari-valore” Fragments of Death), un disco che non bada a troppi fronzoli e ci offre la consueta dose di extreme metal melodico con precise capatine in territori come death, black e gothic. Sono sempre loro, tellurici nel loro “immobilismo”, così ci hanno cresciuto e così sono rimasti, suonano solamente ciò che riesce loro bene (ci sono flessioni, qui come in altri loro album, ma mai seri capitomboli) e ancora oggi riescono ad apparire interessanti (ma solo per chi ha saputo valorizzarli in passato, di sicuro non cambieranno le vostre passate/negative opinioni adesso). Se esistesse un “remake” ben fatto ve lo proporrei come termine di paragone per questo -o altri loro- lavoro. Ascending Hate gioca la sua partita su nove brani più una ghiotta quanto gradita riproposizione di Nocturnal Hymns II (The Death Anthem) posta in conclusione.

La corazza viene preparata con cura, solita forza ritmica capace di lasciare spazio a melodie tanto ariose quanto oscure (ma mai troppo) e all’imponente interpretazione del solito (e solido) Stefan Fiori. Ascending Hate gioca le sue carte riuscendo ad azzeccarne alcune da bava alla bocca, sopratutto per chi è cresciuto a pane ed Hypocrisy/Crematory. La produzione chiude il cerchio, potente, cristallina e professionale che nulla lascia all’incompiutezza.

Chitarre acustiche aprono The Death Heritage, archi melodici arano il terreno e ci incastrano dentro una doppietta growl/scream sempre vigorosa durante le variazioni. Buried Alive si apre con un riff “da traino” prima di lanciarsi in chiaro territorio svedese (le tastiere mantengono la loro poco invadente ma fascinosa presenza, bene qui ma anche sugli altri pezzi), ma sarà la successiva e vibrante semplicità di Blood, Torture and Death a farmi sussultare realmente il cuoricino (evitare di pensare di essere al cospetto degli Hypocrisy pressoché impossibile). To the Empire of Madness ribadisce il tipico stampo Graveworm (prima l’apertura e poi il successivo refrain sono molto indovinati) mentre Downfall of Heaven pensa ad incattivire un pochino l’atmosfera generale. Stillborn è un’altra delle mie predilette di questo giro (tanto intensa quanto riflessiva), l’opposto invece per la pestata (strofe di scuola At The Gates/Dark Tranquillity) ma purtroppo “spenta” Liars to the Lions. Decisamente meglio le seguenti: la corale e battagliera Rise Again e il rinnovato bollore alla Tägtgren di Son of Lies (anche se in tal caso meno entusiasmante). La prima parte in qualche modo spicca meglio, ma bisogna anche ammettere che la linearità finirà a farla da padrona indiscussa.

Ascending Hate si aggiunge, “fa numero” assieme a tanti altri loro dischi alla fine di quel specifico vicolo cieco (confortevole, ma sotto certi aspetti anche “problematico”), una muraglia di certo molto capiente, ma anche molto difficile da superare. Pochi alti, anche meno bassi, ma il resto appartiene al modo dell’ordinario, in poche parole: “solo per Graveworm seguaci“.

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