Golden Dawn – Return To Provenance

Nell’Austria che piace tanto a me ci sono anche i Golden Dawn, una delle poche band del vecchio catalogo Napalm Records a rimanere piuttosto nell’ombra. Così come per tante altre […]

Nell’Austria che piace tanto a me ci sono anche i Golden Dawn, una delle poche band del vecchio catalogo Napalm Records a rimanere piuttosto nell’ombra. Così come per tante altre valide produzioni, un affare esclusivo per pochi, musica capace d’intrigare solo pochi fortunati purtroppo, quei pochi che sicuramente gioirono (davanti ad una folla incredula e diffidente credo) al momento della fuoriuscita di Return To Provenance, il ritorno discografico -circa nove gli anni di assenza- che più non ti aspettavi (supportato da Non Serviam Records).

Mi tocca mettere le mani avanti, il nuovo nato è a mio modo di vedere il disco più debole della loro produzione, oltre a questo è pure quello “più elementare”. Return To Provenance mantiene il classico taglio Golden Dawn (il leader Dreamlord fa tutto da solo, ancor più di prima), e ci propone tanta melodia su base estrema. Il “nuovo corso” traccia (forse anche più di ieri) una linea decisa verso il passato, non mancano orchestrazioni e quant’altro, ma il tutto vira verso una costruzione di scrittura non troppo dissimile ad esempio da quella dei Celtic Frost (però non aspettatevi assolutamente una loro band clone).

Bene o male ci troveremo sempre a lottare con ruvidi mid-tempo per un tempo decisamente non eccessivo (37 i minuti, forse potevano spremersi un pochino di più). La base è melodica, con ritmiche black metal moderate che portano a pungenti dislivelli sinfonico/gotici (vi balzeranno in testa Dimmu Borgir e Cradle of Filth a corrente alternata), saranno esuberanza e raffinatezza a scontrarsi con robuste e spigolose chitarre in un duello “senza fine”.

Il prodotto -nemmeno a dirlo- è affare esclusivo per  “die hard fans” della formazione, non riesco infatti a vedere altri sbocchi o persone interessate all’orizzonte dopo un così lungo letargo discografico. Anche la registrazione non aiuta troppo in tal senso visto che rimane ancorata ad un immaginario di almeno una decade fa, suoni che ormai si filano in ben pochi mi vien da dire.

Return To Provenance poteva creare maggior clamore e meno rammarico, io ne sono contento (nonostante il voto dica alla fine il contrario), ma in parte la mia gioia è stata mozzata da una brillantezza che a volte si fa attendere davvero troppo. Peccato perché il duo iniziale formato da Nameless e title track prometteva sfracelli ben più ampi di quelli che effettivamente ci troveremo in mano al momento di trarre le conclusioni. Le restanti sei canzoni si fanno ben apprezzare e ascoltare, ma filano via troppo lisce, troppo “comode”, non riescono a fornire quelle vibrazioni in grado di lasciare segni indelebili nella memoria di chi ascolta (assenza di filler, bene precisarlo con voto alla mano, alla fine è solo una questione di aspettative infrante forse).

Buona la produzione, ottima l’estetica, musica tanto piacevole, ma ahimè a volte tutto questo non basta. Il cuore poteva essere colpito “a tradimento”, invece rimane solamente scalfito di striscio. Resto comunque contento per questo inaspettato ritorno del monicker Golden Dawn.

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