Goatmoon – Varjot

BlackGoat Gravedesecrator e i suoi Goatmoon atto terzo: “le ombre“. Varjot è soltanto la polvere di una semplice lezione su come va suonato  black metal primordiale e armonicamente interessante, pazienza […]

BlackGoat Gravedesecrator e i suoi Goatmoon atto terzo: “le ombre“. Varjot è soltanto la polvere di una semplice lezione su come va suonato  black metal primordiale e armonicamente interessante, pazienza se non ci troviamo per le mani l’enorme “valore rudimentale” di un esordio strappalacrime come poteva essere Death Before Dishonour, la carriera di questo act Finlandese prosegue senza tentennamenti e a modo proprio, senza il bisogno d’emulare se stessi ad ogni costo.

Ma sono sempre belli marci i Goatmoon, l’uscita dalle basse sfere underground è fortunatamente ancora ben lontana dallo essere concepita, e come già si era intuito nel secondo capitolo fanno capolino situazioni folkeggianti che non intaccano la “spiritualità” negativa di fondo. Questi inserti fanno molto bene al cuore perché ricordano automaticamente certi “metodi antichi”  plasmati e consegnati alla storia da Isengard e Storm. Ovviamente ci troviamo di fronte a delle piccole varianti, niente che modifichi cose come approccio o voglia di blasfemia, si prosegue fieri e diretti per la strada maestra, voltarsi diventa proibito, calpestare obbligatorio.

La mezz’ora abbondante passa rapida mantenendo desta la curiosità di scoprire cosa ci riserverà ogni nuovo brano. Toccante l’arpeggio acustico iniziale di Storming Through White Light (primi Satyricon e Godkiller riaffiorano in superficie), un brano che sembra unire il vecchio Burzum al tipico modus operandi Carpathian Forest senza però far mancare quella sagace e sadica melodia finnica. Noidan verestä männikkö herää batte il territorio casalingo emulando i grandi “miti” Horna e Sargeist, pura black finnish art, non serve ne dire ne voler sapere altro. Quest for the Goat è la miglior spiegazione di quanto possono ancora dare i Goatmoon alla causa, impatto e melodia in unione infernale, costantemente a braccetto dall’inizio alla fine. Nel bel mezzo troviamo pure una gemma strumentale, Varjo valolta suojelee è come una tranquilla valanga la quale paternità non viene mai messa in discussione, solo lassù difatti riescono a tirare fuori cose di questo tipo, e noi si gode. Un break necesario prima di tornare sui consueti ritmi con Valley of Shadows, blocco gelido che offre anche una discreta quanto malefica varietà (è proprio in brani come questo che capisci la magia del monicker Goatmoon, ne intuisci il fattore “elementare” ma non puoi nemmeno fare a meno di apprezzarlo con tutto te stesso). Wolven Empress estrae un riff che manda diretti -ancora- al primo disco dei Satyricon mentre Abomination of Winter ha tutte le carte in regola per diventare uno dei brani di maggior spicco della carriera di BlackGoat Gravedesecrator (particolarmente emozionante il momento dove il nostro declama con gloriosa forza “And i feel the warmth of fire from the burning church…..“). Sapore aspro per la conclusiva Echoes of Eternity dove le chitarre non smettono un solo attimo di sputare fuori piccole meraviglie in successione.

Alla fine è anche la “freschezza” a stupire, la forza di queste chitarre sempre pronte ad incantare ed un flebile uso della tastiera che mai arriva ad intaccare quello spirito costante marcio/devastatore di fondo. Il voto “nella media” paga certamente pegno nei confronti dei capitoli precedenti, capitoli che rimangono per me superiori, ma sono solo bazzecole quando la musica si esprime su questi livelli. Non resta altro che farsi ipnotizzare dal gufo di copertina e partire con lui sulle note di Varjot, terza conferma su tre tentativi in casa Goatmoon.

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