Goatchrist – She Who Holds the Scrying Mirror

Iniziare un percorso con un demo di questo tipo è puro grasso che cola, bravissima l’inglese SixSixSix Music ad averci scommesso sopra (seppur con qualche modifica a tracklist e artwork), […]

Iniziare un percorso con un demo di questo tipo è puro grasso che cola, bravissima l’inglese SixSixSix Music ad averci scommesso sopra (seppur con qualche modifica a tracklist e artwork), giusto per non confinarlo alla categoria “prodotti impalpabili” di solo (e dispersivo) ascolto in rete. L’etichetta pesca in casa e pesca bene con il giovanissimo monicker Goatchrist, progetto che vede qui coinvolto il solo Dominator Xul’Ahabra, il suo She Who Holds the Scrying Mirror è un ottimo esempio di come si possa ancora entusiasmare facendo nient’altro che “accademia” (si segue la strada della “non evoluzione” senza preoccupazione alcuna). Black metal che si sposa con del mefitico, “oleoso” ed ingombrante death, ignoranza prontamente spennellata in lungo e in largo, con la giusta atmosfera a guarnire e sigillare il tutto, sarà “solamente” questo ciò che andremo a trovare all’interno di questi densissimi tre quarti d’ora (saggiamente suddivisi fra classici pezzi propri, una cattivissima cover di Fatal Equinox -Perpetual Resplendence- di pedigree Goatpenis più una decina di minuti circa -sparsa in tre brani- di musica interamente strumentale).

La prima in scaletta Through Flames, We Invoke Him non era presente originariamente sul demo ma è stata realizzata solo qualche mese dopo, fortunatamente si è deciso di piazzarla all’inizio, forte della sua carica che definirei tranquillamente “sovrumana” (l’inizio scorbutico colpisce, seduce e scortica, ma tutto il pezzo arriva a convincere prendendosi il primo posto del podio senza bisogno di indagini dell’ultimo minuto). Molto bene si fa anche con la “melmosa” e falcidiante Catacombs, il tetro intermezzo Bloodletting, pt.1 e con la soffertissima sinfonia depressiva della title track.

C’è quell’ignoranza seminale che finisce per farti adorare ogni malefatta qui proposta (partendo dalla colante e disumana prestazione vocale). Il suono è misterioso e va a creare la giusta e sacrosanta profondità, trovare rifugio dentro la buca di risonanza non sarà difficile, soprattutto se siamo avvezzi a cadere in trappola su cose sgraziate e “riverberanti”. Ottima questa rappresentazione del male nata dalla penna di un coriaceo sedicenne.

About Duke "Selfish" Fog