Glorior Belli – The Apostates

La settima fatica a nome Glorior Belli mi ha procurato non pochi grattacapi. Il primo ascolto è passato un po’ così, in bilico tra mutevoli sensazioni, con la componente della […]

La settima fatica a nome Glorior Belli mi ha procurato non pochi grattacapi. Il primo ascolto è passato un po’ così, in bilico tra mutevoli sensazioni, con la componente della certezza che non trovava mai i dovuti appigli o i relativi sbocchi di rito. Diceva e non diceva The Apostates e se posso dirlo lo fa ancora adesso dopo ripetute giornate spese ad ascoltarlo (sia con il bello che con il cattivo tempo, cosa molto positiva). Eppure c’è lo spettro della creazione dietro, un lavoro oscuro e meticoloso che alla lunga esce fuori (le chitarre lavorano veramente bene, ho trovato riffs davvero interessanti), non troppo evidente magari, ma presente in dosi “grasse” e massicce sotto la dura pelle.

Adesso posso dire di averlo recepito, di aver compreso dove  la formazione francese volesse arrivare. Il loro percorso è divenuto negli anni “strano” per non dire bislacco, un miscuglio talvolta soporifero, altre realmente efficace. Tolti i primi tre dischi (ognuno ha generato necessarie scosse) posso dire di aver apprezzato non poco quello del 2016 (Sundown –The Flock That Welcomes) ma con The Apostates i nostri rialzano nuovamente il target di attenzione sul loro nome. Lo dico adesso, ma mai avrei immaginato di farlo dopo un primo e magari poco ispirato ascolto. Il motivo risiede su dei brani fatti per non piacere da subito, brani che sviano le soluzioni più ovvie a favore di tratti ora spinosi, poi irrimediabilmente eccentrici o “latenti”. I Glorior Belli mantengono attiva la loro evoluzione su The Apostates, ma è come se la spogliassero di quell’aridità “southern” che spesso aveva messo radici in precedenza per dirigersi altrove. Rimangono si  i retaggi ma in veste di piccoli spunti, cose che non vanno ad intaccare un’ossatura solida e grossolanamente creativo/tagliente.

Spezzano, spazzano e generano scompiglio all’interno di pezzi mai banali, pronti più volte a variare il registro secondo ispirazione. Già l’opener da sola proverà a dire la sua da questo punto di vista (sembra non finire mai nei suoi quasi sei minuti), ma la cosa si renderà evidente dopo, con lo spaccato Deserters of Eden, con l’anima sludge della title track o con l’eclettica Hangin’ Crepe (sto ancora tentando di capire se mi piace oppure no), sino a piombare sulla mia preferita Split Tongues Won’t Atone (un finale che ti spezza e che fa “uscire tutto”) o sulla “evidenza alternativa” (quanto coraggio e quanti nasi vedo storcere!) data dal duetto finale Runaway Charley (quanto è bastarda!) e Rebel Reveries.

Mettetevi il cuore in pace, combattete la delusione e forse potrete raggiungere il nocciolo di un disco in grado di sussurrare a bassa voce la sua particolarità. Quando il black metal si evolve su altre forme e queste iniziano pochino per volta a manipolarlo sino a “comprometterlo”. Io sto con i Glorior Belli, dalla parte di The Apostates.

  • 73%
    - 73%
73%

Summary

Season of Mist (2018)

Tracklist:

1. Sui Generis
2. Deserters of Eden
3. The Apostates
4. Bedlam Bedamned
5. Hangin’ Crepe
6. Jerkwater Redemption
7. Split Tongues Won’t Atone
8. Runaway Charley
9. Rebel Reveries

About Duke "Selfish" Fog