Germ – Escape

Un disco “normale” da parte del monicker Germ fa certamente scalpore, ti disorienta ed estrania più di quanto avessero fatto i lavori precedenti (con il senno del poi, ovvio che […]

Un disco “normale” da parte del monicker Germ fa certamente scalpore, ti disorienta ed estrania più di quanto avessero fatto i lavori precedenti (con il senno del poi, ovvio che lo sbigottimento ottenuto dal loro esordio non è affatto qui paragonabile). Il progetto australiano alle soglie del terzo passo sembra volersi concedere una pausa, un attimo “immobile” di riflessione, una sorta di suggello nei confronti di una prima parte di carriera notevole, sempre contraddistinta da massiccie ed inequivocabili dosi di qualità. Così il sound viene come dire “ibernato”, e per la prima volta ci sembrerà di essere dentro un sound quadrato, ponderato con accuratezza e dai risvolti meno istintivi. Ma se ci togliamo di dosso questi pensieri non sarà difficile cadere prede di Escape, un disco che si muove sicuro, su strati atmosferici pregiati e predisposti con sorpresa al lato più ruvido e sofferente della questione.

I Germ ci depongono sul grembo tre quarti d’ora consapevoli del loro potere. Troveremo la pacatezza a muovere i fili di brani volti sempre e comunque a suscitare reazioni emotive mai banali. Introspezione, sfogo, apertura, queste sono le caratteriste di Escape, caratteristiche che abbiamo imparato a conoscere, fortunatamente mai stucchevoli o ancor peggio noiose, ingigantite da una produzione calzante quanto un guanto, subito confortevole.

I nuovi brani lasciano molto spazio al pensiero,” all’evanescenza strumentale pungente” e alla voce black metal, quella pulita apparirà invece in misura minore, ma senza mai dimenticare di lanciare le sue solite abrasioni invisibili sui nostri poveri e bisognosi involucri. Otto creazioni soffiate via, inaugurate a modo da una breve introduzione, lanciatrice di una title track in grado di inchiodare in seduta stante. Sofferte esalazioni malinconiche cercheranno una dilatazione su tempi “elementari” ma dal sicuro trasporto, un favoloso 1+1 al quale poco altro servirà aggiungere. Meno determinanti e stravaganti le tastiere rispetto al passato (ve ne accorgerete ben presto), restano in ogni caso un accompagnamento necessario e vitale per l’economia della musica Germ. Con I’ll Give Myself to the Wind ci viene consegnata una nuova perla, un nuovo classico così “comune” ma anche facile da inquadrare come loro pezzo (è la personalità che scava le sue oscure trame). Under Crimson Skies attacca al miele e mette finalmente sul piedistallo la dolce (ma anche amara) voce pulita sopra il consueto trasporto onirico. Un’altra breve strumentale apre alla seconda parte di Escape e a tre nuovi pezzi, dapprima il più lungo dell’album forte dei suoi nove minuti The Old Dead Tree (la lentezza che si insedia), poi la persuasiva, penetrante e cingente With the Death of a Blossoming Flower prima dell’ultima Closer (bella dose atmosferica atta a lasciare quel sapore soporifero/magico/ideale finale).

Pensieri e sentimenti volano su Escape, un disco che non cerca l’apporto di drastici cambiamenti al mondo Germ (forse un pochino d’amaro in bocca lo rilascia, almeno sulla base delle mie attese), un disco che vuole solo potenziare un immaginario ormai ben definito e senza ombra di dubbio “vincente”. Già solido ad un primo ascolto, cresce quasi in modo incredibile di volta in volta se messo adeguatamente sotto la lente.

Semplicità e le “cose che si sanno fare” che salgono con immenso mestiere –e piacere- al potere.

About Duke "Selfish" Fog