Gathering Darkness – The Heat of a Dying Sun

A ben dodici anni di distanza dal debutto Beholders of the Pain Planet ritornano forti di una carica a dir poco sproporzionata gli spagnoli Gathering Darkness. La nuova mortifera creatura […]

A ben dodici anni di distanza dal debutto Beholders of the Pain Planet ritornano forti di una carica a dir poco sproporzionata gli spagnoli Gathering Darkness. La nuova mortifera creatura prende il nome di The Heat of a Dying Sun e si prefigge di oscurare in un sol colpo i molti anni lasciati a marcire alle spalle (dal 2005 ad oggi c’è stato solo spazio per un ep ed uno split).

A colpire subito troviamo proprio una voglia di trascinare e travolgere tutto senza il bisogno di omettere una tecnica sempre quadrata e pensante, componente che mai stona o prevale sul primario “fattore massacro”. La mezz’ora abbondante di The Heat of a Dying Sun intrattiene dunque nella giusta maniera, aiutata da una produzione-detonazione che non si potrà fare a meno di notare in tutta la sua sfolgorante pulizia. A volerci cercare il difetto si potrebbe dire che tutto suona un pochino troppo liscio, ma d’altra parte il suono così pulito aiuta a esaltare quel pugno diretto che si avverte come “tanto cercato” dai Gathering Darkness. Le intenzioni scorrono su un filo pronto a valicare una sottile linea posta fra il brutal e il death classico (con qualche fraseggio thrash che male non fa) e la cosa a ben sentire non dispiace affatto.

The Heat of a Dying Sun diventa così quel disco di mestiere del quale realizzi subito i limiti ma in fondo poco ti importa, perché la noia viene abbandonata fuori dalla porta (e con lei tante menate) a favore di un ascolto dotato della giusta dose di intrattenimento. I Gathering Darkness si mettono lì come un blocco unico, pale in mano, duro lavoro e giù a scavare senza sosta giocando di melodia quando si tratta di scucire alcuni preziosi solos (break che non eccellono mai neppure stonano).

L’impasto sonoro arriva dritto e chiaro attraverso la prima Infernus Terra Est, un brano che taglia di netto il fattore sorpresa, introducendoci a quello che ci troveremo esattamente a rivivere per altre otto volte da li a poco. Meccanismo ben oliato e le varie The Light Won’t Save You, I’m the Weapon (…but You’re the Killer) e The Fall of All Your Gods a tirare le redini di tutto il disco.

About Duke "Selfish" Fog