Game Over – Burst Into the Quiet

Le logiche di mercato, e le varie “compensazioni” in base alla riuscita o meno di una data produzione musicale penso di non averle ancora pienamente afferrate. Sarà che ormai ho […]

Le logiche di mercato, e le varie “compensazioni” in base alla riuscita o meno di una data produzione musicale penso di non averle ancora pienamente afferrate. Sarà che ormai ho i parametri talmente “tarati” da non essere in grado più andare oltre determinate elucubrazioni, eppure tante volte le cose mi sembrano così chiare che il solo dirle mi appare altamente scontato. Mi è capitato ultimamente di sondare alcune realtà tanto chiacchierate del cosiddetto “revival del Thrash Metal”, tutte giovani formazioni intente a produrre una loro “personale” visione di ciò che più sapeva emozionare un tempo. Talvolta il responso è stato buono ma alla lunga troppo altalenante, con i difetti sempre pronti a superare i pregi, ma aldilà di ciò a stupire è l’incredibile quanto fuorviante accoglienza che va a registrarsi (tante volte sembra che basti solo esporre la mercanzia, poco importa del suo effettivo valore), perché tu ti dirigi pieno di buoni propositi verso questi prodotti, ma inevitabilmente vieni condotto, trascinato su svariate strade o forme di delusione. Non dovrebbero esistere le aspettative su certi livelli, e non bisognerebbe caricare di responsabilità (perché più un nome circola, più se ne parla, più automaticamente queste crescono) qualcuno che dovrebbe invece avere sempre il tempo necessario per poter “sbocciare” in tutta calma, per potersi creare quello scudo protettivo pronto a far rimbalzare ogni tipo di avversità, in tal modo si eviterebbero forti ed esagerate critiche e tutto lo sciagurato carrozzone che ne consegue. Ma arriviamo allo scopo di questo preambolo, ovvero i qui protagonisti Game Over, perché i ragazzi verranno certamente accomunati -giustamente- a tante altre fiorenti realtà contemporanee, probabilmente riceveranno meno consensi di quelli che si meritano, o ancor più probabilmente vivranno “oscurati” -in maniera per me del tutto misteriosa- da altre formazioni come ad esempio i Lost Society (eppure Burst Into the Quiet fa il “sederino” alle loro produzioni, ma quanti finiranno realmente con l’accorgersene?). Ma è inutile tutto questo parlare, tanto si sa,  più una cosa rimane “nascosta” e più genuina sarà, il resto lo fanno perseveranza e capacità del “non crearsi problemi laddove non ce sono”.

Nel frattempo i Game Over sono stati prontamente notati e “prelevati” dalla Scarlet Records per una sorta di “coalizione” tutta italiana pronta a fornire la propria risposta a livello internazionale. I risultati potranno anche non arrivare in breve tempo ma poco importa, perché era importante far sentire la propria voce, il sapere di aver tra le mani un disco di valore da poter cullare gioiosamente, una base compatta da usare come trampolino di lancio per il futuro.

Burst Into the Quiet colpisce in maniera decisa, non si sta molto a pensare sul quanto si debba stare alla larga dai cliché, non è di certo quello il pensiero principale della band in questo momento, ciò che conta veramente è la costruzione di brani secchi e avvincenti, questa la loro unica e primaria volontà, e vista da questo punto è assolutamente indovinata la scelta di ridurre la tracklist a “soli” nove brani (otto se togliamo Metropolis Pt.3, una “mosca bianca” con i suoi trenta secondi scarsi), cercando così di contenere la durata nella maniera più concentrata possibile, favorendo in questo modo la qualità degli stessi (sui quali viene posta la giusta lente d’ingrandimento chiamata attenzione).

Le influenze sono senza dubbio da andare a pescare in America, emergono sopra al resto formazioni quali Anthrax, Nuclear Assault, Overkill ed Exodus, ai Game Over piace molto -di rimando- l’utilizzo dell’espediente prettamente “anathemico” (cori e tipici “botta e risposta” vengono qui spesi abbondantemente), ma lo usano senza l’impellenza di dover obbligatoriamente staccare l’attenzione dalla velocità, rischiando quindi un -forse- prematuro “snaturamento” (di brani lenti quindi, nemmeno a parlarne), furia ed impatto rimangono li ferme, puntellate come un chiodo fisso, come indiscusse protagoniste.

Il riffing rimane sempre inquieto, non smette mai la propria accurata “opera di macinazione”, come se stesse vivendo uno stato di perenne “imbizzarrimento”, mentre la produzione giunge pulita e compatta, senza dimenticare di evidenziare alcune particolarità tipiche del genere (basso sempre reattivo nel suo saper uscire dal selciato e batteria “bella secca”), in questo modo i brani non possono far altro che scorrere in un lampo, con divertimento e piacere a scambiarsi continuamente i ruoli . Le prime tre rappresentano una forza notevole, Masters of Control è l’hit messa li appositamente per generare attenzione e curiosità (il refrain rimbalza bene e in maniera subitanea), ma a lei preferisco Seven Doors to Hell e il suo retrogusto “inquieto”, oppure guardando più avanti una No More altamente trascinante e incandescente grazie al suo assortimento in fase solistica, con ritornello e melodie per nulla convenzionali e una Nuke ‘Em High esaltante per quanto concerne l’evoluzione del riffing.

Se vi aspettavate il capolavoro di turno o quel disco in grado di poter cambiare alcune cose andrete sicuramente incontro ad una cocente delusione. Burst Into the Quiet è “operaio”, non apporterà certamente nessun aggiunta ad un certo panorama già bello che definito da anni e anni di lavoro, però è primariamente un buon disco (qui non ci piove), riuscito e caparbio per tutta la sua pungente durata.

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