Frailty – Melpomene

Il secondo disco dei lettoni Frailty non riesce purtroppo a bissare il valore del convincente esordio Lost Lifeless Lights. Ci ho provato a vedere se cresceva con il tempo, se […]

Il secondo disco dei lettoni Frailty non riesce purtroppo a bissare il valore del convincente esordio Lost Lifeless Lights. Ci ho provato a vedere se cresceva con il tempo, se ascolti distanti ma mirati potevano migliorare un giudizio che rimaneva costantemente appiccicato alla sufficienza. Ma sono davvero pochi i lampi d’assoluta classe che fuoriescono da Melpomene, su tutti si erge in maniera prepotente ed oscuramente ammaliante la lunga (14 minuti) Desolate Moors, qui i Frailty riusciranno ad incantare facendo leva su profondità e animo gotico.

Il problema di Melpomene è il suo passare davvero lento, della serie “un’ora e un quarto e sentirla tutta“. Il sound c’è tutto, ma stranamente si presta a portare allo sfinimento più di certa roba solitamente ancor più lenta e tetra. Le chitarre si ergono tentando un poderoso incanto, nel farlo suonano potenti e melodiche quanto basta, la produzione acutizza al meglio ogni reparto e non rappresenta alla fin fine un fastidioso grattacapo. Siamo di fronte al classico disco dove la costruzione delle canzoni esce “poco felice”, ed è un vero peccato perché la stoffa c’è e si sente tutta . Basta pensare a brani pur sempre buoni quali la spedita opener Wendigo, Underwater o Thundering Heights (la quale mi fa ricordare chissà come gli On Thorns I Lay), dove le chitarre stendono ed impastano, creando terreni fertili e mura minacciose, giuste fondamenta per la presenza di tastiere in qualità di perenne compagne (onnipresenti ma mai veramente invadenti).

Melpomene così come parte, così finisce. Dovrà essere audace l’ascoltatore per riuscire nell’impresa di portarlo a termine, d’altronde era lecito aspettarsi un prodotto così lento e difficile da scardinare (parliamo pur sempre di doom/death metal, in questo caso più soporifero del solito, anche se forse non era esattamente concepito per “dare” questo), ma alla lentezza bisogna sempre adattarsi, perché le band appartenenti a questo genere potranno apparire anche “diverse”, ma sono pur sempre affidate ad un unico comune denominatore. Piccole differenze d’approccio sono sempre intuibili, e si comprende subito cosa nasce bene e cosa meno. A questo giro le cose non vengono come si vorrebbe, ma fortunatamente non si arriva a compromettere la globalità e un ascolto che rimane da “testare”, da esplorare aldilà di ogni piccola/grande difficoltà trovata (mi viene in mente una Emerald Forest più sostenuta e le cose vanno un pochino meno peggio).

Ma alla fine di tante belle, brutte o mediocri parole (per quanto possa interessare alla “platea” che legge) io so che andrò a comprarlo alla prima buona occasione utile, a volte si è troppo drastici nel cercare di descrivere un’opera uscita ineccepibile ma solo per una metà.

About Duke "Selfish" Fog