Fortid – 9

I Fortid sanno come si compone un’opera epica, lo hanno largamente dimostrato e lo continuano a fare ancora oggi. Siamo nel 2015, 9 rappresenta il loro quinto fortunato pargolo in […]

I Fortid sanno come si compone un’opera epica, lo hanno largamente dimostrato e lo continuano a fare ancora oggi. Siamo nel 2015, 9 rappresenta il loro quinto fortunato pargolo in successione (il primo uscì nel 2003), si perché nel loro caso possiamo girarla e rigirarla quanto vogliamo quella frittata, nella loro discografia non troveremo mai clamorosi tonfi o impertinenti improvvise scalate. Una linea retta, che parte e lì sempre rimane, ma nel tempo questa si ingrossa, s’impregna degli elementi, invecchia come è logico che sia, senza però fare occhi dolci alle “belle fanciulle” come certe diramazioni epico/vichinghe hanno invece comportato.

Il leader massimo Eldur vuole ancora una volta impreziosire le nostri collezioni (non mi va di fare elenchi troppo sbrigativi, andate a scovare qualche altro suo progetto e vedrete che non ne andrete delusi), lo vuole fortemente tanto da donarci una pietra pesante e terribilmente preziosa. 9 è un disco dal valore al momento “inqualificabile”, lo si capisce procedendo con calma di passo in passo, l’intuizione svolge i suoi meccanismi già nel semplice-classico ascolto traccia dopo traccia; poi sarà l’insieme a fare il lavoro grosso, quello più importante, capace di spiegarci “a suoni” l’efficace spirito primordiale contenuto su queste note. Inizialmente si resta freddi, ma non ci stupiamo perché è sempre così che funziona con la materia Fortid, la preoccupazione (ma di quel tipo che non preoccupa) sale quando ci renderemo conto di come tale effetto non accenni a svanire, tanto che in più di una occasione mi sono ritrovato a spararmi interiormente la frase: “si, è il loro apice assoluto, credo di non avere dubbi a riguardo“. Ma se di dubbi ne ho, li voglio lasciare intendere e “svolazzanti”, lungi da me cercare di portare acqua in eccesso al mulino di 9, caricarlo oltre il necessario non servirebbe praticamente a nulla. Gli do lustro, ma nel “mio mondo personale”, perché troppe -poche- vicissitudini muovono le differenze della loro musica, e 9 non fa eccezione in ciò. Mi ha preso particolarmente bene è vero, ma non è detto che faccia altrettanto con voi. Lasciatelo solo fluire, e attendete le possibili meraviglie che potrà preziosamente indicarvi.

Ripetizione e affaticamento cercato/voluto/ottenuto sono solo alcune delle armi (di spicco) mosse dall’insieme islandese (potremo dire le principali, quelle che li contraddistinguono) durante quest’ora fiera e possente. I padri Enslaved sempre nel cuore, impossibile non pensare a loro durante l’introduttiva Hrafnar, canzone capace di mostrare un lato melodico di rara e levigata classe, Hugur e Nornir le si appiccicano addosso con mordente, il lato selvaggio (e black metal) emerge, lasciando però spazio alle liriche mai statiche di Eldur (malvagio, epico, enfatico, sofferente, immaginate una parola e la ritroverete prontamente). L’unica certezza che si avrà di fronte ad un brano dei Fortid è rappresentato giusto dalla partenza, dopo (per quanto li possiamo conoscere) saremo solo trascinati da foga e intuito di ogni singolo istante. Le lunghe Viska (“danzante” ed ariosa) e title track (per la quale scomoderei il termine “progressive”) costituiscono il cuore dell’album, il punto del non ritorno da dove i poco audaci dichiareranno resa sicura. Nel mezzo l’agile Leit con i suoi tre “puliti” minuti intrattiene con piacere. Galdur cerca di arpionare con metodi affabili riuscendo nell’intento di generare “istantaneità” (unica reale eccezione a tal proposito), Rúnir di contro plasma un rintocco atmosferico/interpretativo, l’ideale scoglio per la “fangosa” Hof (il cui motto parrebbe essere: “basta poco per far risultato“).

La loro carriera prosegue a testa bassa, nessun contraccolpo per quest’ennesimo sicuro raccolto che poco guarda a ciò che lo circonda. I Fortid battono ancora una volta fragorosamente la spada contro lo scudo, confermati al 100%.

About Duke "Selfish" Fog