Folkvang – Six Stories Without Keys

Dopo aver ascoltato e discretamente consumato Six Stories Without Keys (2011, quarto full-lenght della band) mi sono sentito in dovere di andare a frugare tra le precedenti fatiche di questo […]

Dopo aver ascoltato e discretamente consumato Six Stories Without Keys (2011, quarto full-lenght della band) mi sono sentito in dovere di andare a frugare tra le precedenti fatiche di questo nome. Questo disco è sgorgato fuori e ha raggiunto risultati del tutto inaspettati. Le sei canzoni protagoniste sono pregne di fluente bellezza naturale, tanto ariosa quanto primordiale. I mezzi utilizzati sono rudi e fuoriescono bellamente selvatici, ma è l’uso della melodia che diversifica in maniera determinante questo prodotto. La musica avvolge, ammorba e stordisce positivamente plasmando piano piano un feeling certo, una costante e piccola crescita ad ogni nuovo ascolto. I sei brani contenuti su Six Stories Without Keys sono una delle tante dimostrazioni di  quanto sia importante saper scrivere “semplice”, ma senza dimenticare il fattore stupore. E sono proprio queste armi a sbalordire e a regalare un ascolto emozionalmente speciale. Sono silenziosi nei loro passi i Folkvang, catalizzano mano a mano sempre più l’attenzione e ci affidano in custodia un disco valido e mai fastidioso da seguire (certamente non sarà ricordato come chissà quale masterpiece). Scommetto che quando scatterà la voglia di musica di certo spessore, qualcosa che non richieda sforzi particolari, Six Stories Without Keys farà la sua degna comparsa dentro il nostro immaginario, certamente pronto a fare a “spallate” con altri, ma con discrete armi da utilizzare a suo vantaggio.

Si può partire dal titolo per capire la struttura delle varie canzoni? direi proprio di si perché i Folkvang danno idea di saper sfruttare la fantasia, con l’unico scopo di andare -per quanto possibile- contro ogni tipo di convenzionalità. E’ così che prende forma un pezzo come Your Broken Crown, sembra un mid tempo classico a tutti gli effetti, ma si trasforma ben presto in qualcosa di più sanguigno e allo stesso tempo melodico (e che robe sopraffine riescono a tirare fuori quando il brano si movimenta). Introduzione acustica per una Dead Flower capace di regalare anche le strofe più belle del disco (parere personale ovvio), le chitarre non pensano ad altro che “friggere” continue emozioni. Toni tristi e melanconici la fanno da padroni su Childhood Dreams qui i Folkvang si dimostrano un’altra volta umili forgiatori di momenti intensi, mutevoli, quasi dark e rudimentalmente vibranti (sarà difficoltoso fare uscire le strofe dalla testa anche in questo caso). The Mountain Song fornisce deliri epico/ferali, e qui devo spendere assolutamente due paroline per il cantato che sicuramente non appare perfetto ma si allinea ad una sorta di “basso profilo” non troppo sbandierato. Scream acidamente selvatico, fornitore di caratteristiche importanti e -si spera- in continua crescita, qualità come forte intensità e dismessa passione sapranno affiorare ed affondare nelle giuste personalità. Ficcante e anthemica Coldness and Madness (grazie al refrain ma anche al gusto più “easy”) mentre alla veloce King (The Sound Of Thunder) spetta una degna chiusura, la canzone non bada certo a troppi fronzoli (marcia e rude, appare come il classico pesce fuor d’acqua) e pensa a randellare bene bene, ricordandoci forse antiche origini e vecchi usi e costumi.

Sicuramente troverete Six Stories Without Keys spulciando qui e là, sperso in qualche bancarella o svenduto “scioccamente” online. Fatevi trovare pronti quando quella porta chiusa di copertina farà la sua comparsa davanti ai vostri occhi, un pensierino se aprirla o meno dovete quantomeno farcelo.

About Duke "Selfish" Fog