Fire + Ice – Fractured Man

Dodici anni, dodici lunghi anni prima di poter ascoltare qualcosa di nuovo a nome Fire + Ice. Ritorna in pompa magna il folk celtico e rassicurante di Ian Read con […]

Dodici anni, dodici lunghi anni prima di poter ascoltare qualcosa di nuovo a nome Fire + Ice. Ritorna in pompa magna il folk celtico e rassicurante di Ian Read con il sesto capitolo di una “saga” che ha saputo regalare solo esclusive perle. Gli anni non sono serviti, non hanno attecchito ne favorito un processo d’arrugginimento magari anche plausibile, e lui ci sforna l’ennesimo toccante e caloroso lavoro di puro “british folk”, tanto intimo quanto altamente emozionante. Lui c’è, il progetto Fire + Ice c’è, ed è un po come tornare bimbi, a quando eravamo cullati o rassicurati prima di un inquietante sonno notturno. Si opta per un impatto semplice e diretto per Fractured Man, si sceglie di parlare calorosamente con l’anima, con parsimonia, una metodologia solenne e scandita pronta a catturarci inesorabile, per trasportarci, facendo letteralmente volare il tempo messo a disposizione (forse troppo poco ma quando c’è la qualità il discorso non tiene).

La voce di Ian vibra, penetra e sembra voler andare a cercare le insidie, le debolezze sparse dentro di noi. Ad aiutarla ci pensa una produzione decisa e che cattura da subito la nostra completa attenzione, ti sembra dire: “niente distrazioni, concediti solo a questo“. Conteremo dieci canzoni, e ognuna esprime la voglia di primeggiare tanto che non sarà affatto strano cambiare la propria preferita di volta in volta (al momento attuale la mia è Treasure House, perfetta nell’esprimere sentimento, leggiadria ed inquietudine).
Poi, che siano gli spettri danzanti di Nimm o i’incedere “senza tempo” della title track poco importa, qui c’è solo musica con la M maiuscola e poco altro serve sapere. In pochi -ben pochi- possono permettersi di lasciare un monicker come questo ” a marcire” per un lasso di tempo del genere, salvo poi tornare in questa maniera. Più lo giro e lo “riguardo” e più diventa bello Fractured Man, e poi, quella copertina messa li a guardarci sembra essere l’ulteriore prova di voler scavare dentro a prescindere. Sfilza di contributi nel completare l’affresco sonoro, da Douglas Pearce a Sonne Hagal e Unto Ashes, passando per Robert Ferbrache, Annabel Lee e Michael Moynihan.

Profondo e sensuale sino al midollo, con molto più di un occhio questa volta all’approccio “americano” (realizzo di essere pazzo poi, quando comincio a sentire perfino Sopor Aeternus sulle note di Have You Seen) ma senza perdere minimamente d’occhio il proprio stile, questo è Fractured Man (basti sentire il tormentone suonato “in punta di piedi” Mr Wednesday, la ballata Jubal And Tubal Cain o la candida malinconia espressa da Verloschen), un trionfo d’acustica bellezza che viene a noi sospinto da una leggiadra naturalezza.

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