Fen – Epoch

Bisogna dare merito alla Code666 Records per aver “trovato” i Fen già dopo l’ottimo ep Ancient Sorrow edito dalla valevole Northern Silence Productions. Già si intravedevano le qualità che sarebbero […]

Bisogna dare merito alla Code666 Records per aver “trovato” i Fen già dopo l’ottimo ep Ancient Sorrow edito dalla valevole Northern Silence Productions. Già si intravedevano le qualità che sarebbero esplose da lì a poco su The Malediction Fields, disco che rese noto il loro nome a parecchi individui. Così arriviamo al 2011, l’anno della seconda prova su lunga distanza intitolata Epoch, opera incredibile, per la quale bisogna ringraziare ancora oggi la formazione.

Se teniamo conto anche degli irlandesi Primordial possiamo parlare di vero e proprio “stampo” dell’arcipelago britannico, a maggior ragione se buttiamo nel calderone anche i Forefather o i più sconosciuti Iceni. Epicità e sentimento che non dimenticano la furia e il verbo black metal, questo il tratto comune di tutte queste particolari entità, e i Fen con Epoch ne arrivavano a rappresentare una brillante e perfetta testimonianza.

Bisogna saper amare i tempi dilatati, le atmosfere soffuse, sognanti e “rock”, avere la pazienza di vedere sbocciare le meravigliose chitarre per poter apprezzare al meglio questo full-lenght, un disco che pensa a creare melodia anche quando si intestardisce ad offendere (non pensate ad un disco “scarico” o molliccio ecco). Una volta scardinato l’ostacolo dei lunghi brani -e del lavoro incessante delle chitarre- Epoch svelerà le sue potenzialità catturando ogni settore sensoriale. Passeremo in mezzo un lungo viaggio, un viaggio dove potremo trovare di tutto, la furia in primis (che come già anticipato non manca) ma anche la sospensione, la “neutralità”, l’improvvisazione e la freddezza di asce sempre pronte a conferire un senso magico velato di costante emozione. Non saranno da trascurare le parti vocali, ora aspre, poi violente e sempre interpretate alla perfezione (voce pulita nei momenti giusti e scream perfetto). Nel suo insieme la musica sgorgherà fluida e naturale, come se fosse stata concepita in tal modo ancor prima di essere stata pensata e creata.

La title track da inizio al tutto e snocciola uno dei momenti più epici del disco, un trionfo glorioso quel “crescendo” che si percepisce lungo tutto il brano. Poi si libera il lato selvaggio con Ghost of the Flood, rude malinconia dove si percepiremo l’importanza di quelle tastiere in sottofondo, quasi “impalpabili” ma sicuramente centro nevralgico e determinante della musica marchiata Fen. The Gibbet Elms rapisce ancora prima di svelarsi, e quando è ormai impossibile tornare indietro ci rendiamo conto di che razza di brano stiamo realmente ascoltando. Definirei questa canzone un vero e proprio colpo di genio. Of Wilderness And Ruin è un altro pezzo da “novanta”, altro crescendo perfetto dove coesisteranno leggiadria compositiva e furia “astrale”. Half-Light Eternal scommetto che sarà la più adorata fra tutte queste grazie per merito di un finale davvero sublime (non posso far altro che prostrarmi). Ormai succubi di questo trionfo musicale i nostri non finiscono di stupire tirando fuori l’ennesimo brano eccelso (Carrier of Echoes), i Fen in pratica finiscono per fare dell’ascoltatore ciò che vogliono, portandolo esattamente nei posti accuratamente indicati. Continue sospensioni, perenni riflessioni e ancora magiche ripartenze, questa musica possiede un potere speciale ed “evocativo”, e già immagino come potrebbe essere se ascoltata durante qualche idoneo viaggio.

Ma le leccornie sono ben lontane dall’essere finite, troveranno ancora spazio A Waning Solace e Ashbringer e se vi aspettate qualche lontano attimo di fiacca sappiate d’essere totalmente fuori carreggiata. I Fen avevano frecce di valore da sfruttare e le usavano senza timore sino alla meritata conclusione. A Waning Solace abbraccia e tranquillizza per mezzo di importanti “aperture” ed intrecci vocali, Ashbringer chiude invece il cerchio utilizzando al contempo eleganza e rudezza, l’ascolto termina così, in maniera “magica”, come è giusto e sacrosanto che sia.
Forse non c’era bisogno di specificarlo ora, ma la produzione appare viva, quasi uno strumento a se, e rappresenta il perfetto coronamento del pregevole ed inappuntabile songwriting.

Epoch fu uno dei “botti” dell’annata 2011, un “avvelenamento” oggi ancor più dovuto di ieri se andiamo a ben vedere, per quanto mi riguarda l’apice di sempre costruito dai Fen.

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