Famishgod – Devourers of Light

Il debutto dei Famishgod è senza dubbio una maratona, una mattonata bella pesante (l’equivalente di mortifere tonnellate spalate direttamente sul grugno) in formula death doom primordiale, completamente priva di componenti […]

Il debutto dei Famishgod è senza dubbio una maratona, una mattonata bella pesante (l’equivalente di mortifere tonnellate spalate direttamente sul grugno) in formula death doom primordiale, completamente priva di componenti “positive” quali luce, aria o tracce di movimento. Avvertiremo in tal modo un concreto senso di soffocamento, introdotti con il giusto sound (l’impatto con la band è stato a dir poco eccezionale ma è “scemato” sulla distanza) dalle litanie lasciate “evaporate” delle chitarre (ad opera di Pako Deimler) e dal vocione gutturale del sempre mitico Dave Rotten.

Se ne usciva così nel Dicembre 2014 (ovviamente per Xtreem Music visto il personaggio coinvolto) il progetto Famishgod, con una “danza d’esordio” intitolata Devourers of Light, un prodotto lungo circa un’ora, un’ora funerea e battente, claustrofobica su massimi livelli, un condensato via-via sempre più difficile da digerire, anche per chi è solito sguazzare su territori dominati dall’effimera lentezza. Sarà come assistere al colpo decisivo del boia (direttamente a rallentatore), gesto proposto in sette capitoli, capitoli pronti a narrare storie diverse accomunate dal medesimo e lugubre finale.

Come lasciato già intendere il mio rapporto con Devourers of Light è andato diciamo all’incontrario. Ero difatti partito con il piede giusto, pronto ad invocare un nuovo capolavoro per il genere (c’è da dire che la title track iniziale è così bella da poter ingannare) salvo trovarmi in qualche modo “sfaticato” da circa metà album in giù. Eppure non c’è nulla che lasci presagire ad un drastico calo, l’atmosfera regnante non viene modificata o scalfita, si resta esattamente impatanati lì, nel luogo idoneo a far uscire determinati “mostri interiori” (quelli che desideriamo al solo approccio). Ma nonostante questo la stanchezza arriverà a prendersi tutto asciugando lentamente il disco fino all’osso, e lasciandomi con in pugno una sufficienza che sa tanto di delusione visti i buoni propositi formatisi alla partenza.

I Famishgod snocciolano i loro macabri rituali incuranti dell’esistenza di un “fattore esterno”, della tracklist mi preme nominare l’oscurissima Famish e il grandioso monumento intitolato Black Eye (cosa non è il suo svolgimento!).

Devourers of Light il suo comunque lo fa (mi rendo conto di essere a volte troppo precipitoso come mi rendo conto che non resisterò dal comprarlo alla prima offerta giusta), anche se mi sento abbastanza sicuro sul responso finale qui conferito. Quando la lentezza chiama un ascolto al disco d’esordio Famishgod potrebbe fungere come ottima terapia, aldilà di tutto e tutti. Alcuni “vecchietti” partiranno con del buon vantaggio visto lo stile “attempato” praticato e la totale assenza di semplici melodie.

About Duke "Selfish" Fog