Exhumation – Opus Death

Quest’elogio al marcio proveniente dal Singapore è qualcosa in grado di sovvertire maldicenze “geografiche” e i valori tipici, lineari di prodotti ostinati, e “chiusi dentro un loop volutamente antiquato e […]

Quest’elogio al marcio proveniente dal Singapore è qualcosa in grado di sovvertire maldicenze “geografiche” e i valori tipici, lineari di prodotti ostinati, e “chiusi dentro un loop volutamente antiquato e caciarone”.

Potrebbe finire qui la recensione di Opus Death, opera seconda degli Exhumation, una band abile ad intrecciare ignobile ignoranza nel calderone death-black dal tatto thrash. Un metal estremo sinceramente bestiale, malato ed occulto, prodotto con qualche “pezza” e proprio per questo alla fine così adorabile e “vero”.

L’intenzione è unica ed è quella di far fare un giretto nel passato al fruitore di passaggio, regalare insomma qualche necessario “flashback” guaritore. E non ci sarà niente da obiettare, quantomeno di fronte ad un prodotto confezionato così bene, così preciso nel manifestare una formula così sporca, zanzarosa, secca, mefitica e blasfema. Roba che finisci ad esprimere solo se sei bello incazzato con il mondo e stufo di vedere a zonzo materiale perfetto, liscio e dal taglio opportunamente patinato.

Opus Death è glorificazione di morte e oscurità. E’ musica capace di insediarsi sotto pelle, musica che con faccia dura ci ripropone senza esitazione gesta care a Hellhammer e Venom (per questo specifico caso rivolgetevi alla tetra Labyrinth of Fire, neppure esente da alcune sensazioni doom), Possessed o primi Slayer/Sodom/Mayhem.

Una volta che avremo fatto “chiarezza” con le intenzioni degli Exhumation avremo fatto il nostro personale centro. La strada diventerà praticamente in discesa e snocciolare le varie canzoni un autentico sollazzo. Saranno quaranta i minuti, quaranta minuti pronti a volare, spezzati solo dalla strumentale The Sleeping Darkness, unica concessione alla riflessione posta non a caso nel mezzo, quasi a tracciare una immaginaria linea di divisione fra due nocive scosse elettriche.

D’altronde macigni dal nome di Witching Evil, Possessed, Graveyard Alike o Hymn of Death parlano chiaramente già dal nome. Ma tutte le canzoni comprese non faranno mancare il loro prezioso apporto al risultato finale che appare ben intenzionato, ben completo nello stringere quella particolare “morsa” attorno all’ascoltatore.

Exhumation, fiamme pronte a riscaldare dal profondo underground. Impossibile non apprezzare.

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