Eternum – Veil Of Ancient Darkness

Eternum equivale a dire Drowning The Light o comunque una sua diretta ramificazione, una sorta di “freccia gemella” pronta a conficcarsi al centro dei cuori più neri. Protagonista è difatti […]

Eternum equivale a dire Drowning The Light o comunque una sua diretta ramificazione, una sorta di “freccia gemella” pronta a conficcarsi al centro dei cuori più neri. Protagonista è difatti il sempre prolifico Azgorh (in questo caso lo troviamo in combutta con Nightwolf), sempre lesto nell’imbrattare di nero ogni cosa che sfiora.

Avevo già fatto conoscenza con il monicker Etertum da qualche tempo, per l’esattezza in concomitanza con l’uscita An Ode For Our Fallen, lavoro semplice e scarno, puro attrito black metal e nulla più. Il tempo non fa altro che incrementare lo spettro Drowning The Light sul monicker Eternum, ma poco importa perché un altro utile tassello è stato qui aggiunto, nuova grazia distruttrice riversata sulla vistosa -e ghiotta- bacheca australiana.

Guerra, sangue e drappeggi misantropici sono armi usate abbondantemente su Veil Of Ancient Darkness, la produzione (come da usanza) è sul “confusionario andante”, ma non arriva ad eccedere o sconfinare dentro l’eccessiva cacofonia. Le chitarre si ritagliano uno spazio vitale e mistico/malinconico, generando sensazioni sempre care (alle mie orecchie quantomeno), dall’attrito antico e strettamente confidenziale (fa quasi strano parlare di una release black metal non propriamente “easy” in questi termini), atte a seguire ciecamente le coordinate imposte da Azgorh e Nightwolf.

Quaranta minuti di trasporto, un trasporto tanto gelido quanto epico, per comprenderlo è sufficiente premere il tastino play, calarsi nel clima giusto diventerà del tutto naturale, basterà ascoltare lo “stacco” dato dall’ingresso ronzante delle chitarre, un vero trionfo d’arcane sensazioni. Quanto godimento su Tyrannos Regnare In Aeternum dove a colpire sarà la calma con la quale le emozioni arrivano a squarciare lo sfondo, una calma solo apparente perché si parla pur sempre di black metal dai toni marci, sofferenti e disadorni (con il beneplacito  dell’impostazione melodica di fondo). As Black Smoke Covers The Sun è tormentosa, diabolica fluttuante esaltazione epico/mistica, l’innalzamento dei sensi ottenuto tramite maniere rudi ed oscure, un’autentica primizia per farla breve. Il riffing è bello “stagnante”, sembianze rafferme non omettono una certa classe di fondo, perfetto esempio ne è Blood Spirit, trovatemi pure qualcosa che riesca ad unire sensazioni completamente opposte con tale evanescente grazia. Lo screaming è profondo ma il suo lavoro si indirizza ai margini, partecipa con onore alle strutture dilatate conferendo ulteriore atmosfera ad una atmosfera già forte di suo. Shores Of The Impaled con le sue tastiere riesce ad evocare addirittura i Bathory più epici (giusto per far capire davanti a chi tipo d’uscita ci ritroveremo di fronte), e anzi, a più ampio raggio possiamo considerare l’uscita come una sorta di “tributo globale” all’universo di Quorthon. Dark Unholy Empire ci mostra cosa succede quando i ritmi si alzano a tastare una diversa intensità (un certo stile non abbandona mai questi lidi però) mentre in coda troveremo altri due esercizi di stile come The Iron Winter (altro episodio diretto e fortemente efficace) e As The Ravens Watch The Battle (ultima parte di tre acustiche, giusto per cementare ulteriormente l’atmosfera).

Se lo spirito del black metal continua ad ardere imperterrito dentro di voi non potrete fare a meno di cotanta semplicità, strimpellata da chi orma ormai sa il fatto suo ma soprattutto sa cosa ricercare dalla propria musica.

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