Enid – Munsalvaesche

Erano partiti come sorta di “gruppo satellite” degli unici Summoning, poi la strada dei tedeschi Enid è finita su coordinate differenti, più “tortuose” se vogliamo proprio dirla tutta. La loro […]

Erano partiti come sorta di “gruppo satellite” degli unici Summoning, poi la strada dei tedeschi Enid è finita su coordinate differenti, più “tortuose” se vogliamo proprio dirla tutta. La loro musica ha trovato nel corso degli anni quiete e “morbidezza”, ma non ha mai abbandonato la volontà d’appare unica e creativa, pura sinfonia per ambienti “altolocati”. E’ dal terzo Seelenspiegel che i nostri producono le loro opere per Code666 Records, di pari passo è proseguita l’evoluzione verso produzioni dichiaratamente lievi e leggiadre, produzioni che si sono spogliate e tolte il peso da ogni possibile sfumatura estrema. Gli Enid sono tuttavia ancora da considerare come entità “metal”, fortunatamente il gruppo non lascia andare del tutto la corrente che li ha generati, così possiamo stare a parlare di Munsalvaesche come degno (ma non eccezionale) seguito dell’apprezzato Gradwanderer.

Potevano fregiarsi di titolo di “maestri” già quando muovevano i primi passi, figuriamoci ora che ogni minima sfumatura è pensata in maniera chirurgica per asservire il lato epico e pomposo della propria facciata. Nonostante classe e bontà compositiva non manchino, devo ammettere di non aver perso esattamente la testa per Munsalvaesche, l’album scorre via bene e regala i soliti momenti toccanti (ci mancherebbe altro), ma forse vista l’attesa era lecito aspettarsi qualcosa di meglio (sono ben sette le primavere di distanza dal precedente album), in qualche modo posso ritenermi “piacevolmente deluso”, questo per spiegare il voto non eccezionale che troverete impresso in fondo alla recensione.

Sarà l’epicità a regnare sovrana su Munsalvaesche, a tratti gli Enid mi hanno ricordato per impostazione lirica e uso di tastiere addirittura i Kamelot (questo tanto per far capire che ambienti sonori ci troveremo a vivere), andando a sfondare in maniera pesante i portali del metal sinfonico/classico più elegante e pomposo in circolazione. Sarà per ciò che il monicker Enid produce al solo pronunciarlo, o sarà forse per via di un glorioso passato, a permanere troviamo sempre quella certezza di una musica capace di produrre un pensiero “a se”, un pensiero che ti conduce lesto su alcuni binari specifici della testa. Si, nonostante tutto cerchi di darmi contro, continuo a pensarli come appartenenti ad una sorta di categoria di metallo estremo che di estremo non ha più nulla.

Ambienti epici, il songwriting di questa release è un’impavida colonna sonora per gesta eroiche, basterebbe la sola l’opener Red Knight per farne completa e salutare sbornia. Ma ad attenderci troviamo ancora una cinquantina di minuti formata da continui arazzi pianistici (elemento cardine delle composizioni), cori imperiosi e liriche pacate ed armoniose (davvero molto gradevole il semplice cantato pulito). Sembra quasi di tornare bambini con Legends From The Storm, la canzone ripercorre avventure fantastiche, materializzando immagini delle nostre prime letture in mondi fatati. Belrapeire con il suo ritmo incalzante è una delle migliori opere della nuova fatica (quando accennavo a lirismo di stampo Kamelot mi riferivo nello specifico a questa traccia). Si torna “di prepotenza” al cinema con gli undici minuti della title track (che riservano fra le cose qualche timido rantolo estremo), undici minuti ben studiati e vari quel tanto che basta per non annoiare in maniera drastica l’ascoltatore meno propenso alle classiche suite. Toccante e rimbombante ballad Condwiramurs mentre i menestrelli fanno il loro ingresso a corte nello spirito medievale di The Journey. Valley Under Two Suns si trascina avanti fra motivetti “power” e un ritornello che potrebbe portare all’esasperazione se non dovesse colpire secondo sperate intenzioni. Un cantato caldo/tiepido suggella la conclusiva Sheafs Of Sparks, ineccepibile dimostrazione di forte creatività, fatta con quei pochi mezzi scelti appositamente per incantare.

La cosa che stona veramente troppo alla fine è la copertina (non perché sia brutta), ma non è possibile che ogni tot anni qualcuno se ne esca con la stessa immagine cambiandone magari solo il colore. Quella di Munsalvaesche è già stata usata almeno in altri tre casi da diverse formazioni.

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