Encoffination – O’ Hell, Shine in Thy Whited Sepulchres

E’ una lenta danza gutturale, un protrarsi marcio ed affannato quello che ci porta ai piedi di O’ Hell, Shine in Thy Whited Sepulchres, secondo capitolo degli americani Encoffination (progetto […]

E’ una lenta danza gutturale, un protrarsi marcio ed affannato quello che ci porta ai piedi di O’ Hell, Shine in Thy Whited Sepulchres, secondo capitolo degli americani Encoffination (progetto “sfogo” di Wayne Sarantopoulos e Justin Stubbs dei Father Befouled). Cercare di non ammettere il tratto d’unione con Father Befouled e Incantation -di rimando- sarebbe un po come non dire la verità, ma d’altronde non è di certo questo quello che loro vogliono. I nostri amici sembrano nati con un’unica volontà in corpo: suonare esclusivamente questo genere di musica come se il domani non dovesse mai arrivare. Sarà proprio la lentezza a dominare ogni sozzo cunicolo di questo interessante album, una lentezza sacrale e ammorbante, posta a regnare su ambienti tenuti volontariamente chiusi a doppia mandata e con dentro nient’altro che un forte odore di morte.

La base doom c’è e si sente, ma se troverete il disco nel reparto death metal non sarà di certo un errore di qualche distratto commesso (da evitare azzardati paragoni con il lato più “elegante” del genere). Le due correnti si uniscono in maniera talmente naturale che diventa difficile riuscire a comprendere quale sia il reale punto di incontro (l’immagine assume i contorni di un enorme scarabocchio). Ascoltare O’ Hell, Shine in Thy Whited Sepulchres è un po come ascoltare due album diversi allo stesso tempo e questa cosa è per me dannatamente affascinante.
Si respira pieno spirito underground, quaranta minuti che passano in un baleno, aiutati in questo da chitarre (un possente trasporto il loro) subito ricettive nel bisogno innato di dover sradicare qualsiasi cosa -a qualsiasi costo- dalla terra. Gli Encoffination erigono ficcanti monoliti, nel farlo si prendono cura della loro vittime, facendo si che la notte cali il più velocemente possibile anche nel più bel giorno primaverile (insomma se fate di tutto per sbagliare il momento loro vi rimettono in carreggiata).

Nel mio piccolo adoro ogni minimo vagito di questo disco, un lavoro che chiede davvero molto poco, e in cambio concede invece molto. Mi è praticamente impossibile decretare anche solo un brano di punta, da mandare avanti come martire dell’occasione. La fortuna di O’ Hell, Shine in Thy Whited Sepulchres sta proprio nel suo insieme, un agglomerato negativo e compatto, se vogliamo anche “ingombrante” ma giusto solo per descrizione.

About Duke "Selfish" Fog