Emeth – Aethyr

Ascoltare Aethyr equivale a mangiare quel boccone di cibo subito buonissimo ma che poi scopriamo essere nulla di che (e dai risvolti addirittura stomachevoli). Dischi così ti asfissiano, sconfortano e […]

Ascoltare Aethyr equivale a mangiare quel boccone di cibo subito buonissimo ma che poi scopriamo essere nulla di che (e dai risvolti addirittura stomachevoli).

Dischi così ti asfissiano, sconfortano e decentrano logorandoti i fianchi. Ma oltre questo ti accorgi pure di come e quanto siano suonati bene e tutto (congegni affilati e affidabili che sanno sempre dove “toccare”), inevitabilmente scopri anche come non può esserci sempre e solo quello. Ci sono formazioni che suonano più tecniche senza fartelo minimamente pesare (ma anche peggio, precisiamo che gli Emeth non fanno esattamente così schifo), altre finiscono bloccate dentro una buca creata incautamente con le proprie mani senza riuscire ad uscirne (poi dipende sempre dalle visuali personali e dalle capacità di saper entrare o resistere ad un certo muro sonoro).

I belgi Emeth si sdoppiano per cercare di essere il più brutali possibili, spendono continui colpi chirurgici su dannate velocità reiterate dall’apparenza poco variabile. La rapidità d’esecuzione per loro è tutto, il messaggio si rende subito chiaro, si divertono ad acchiappare la gola per poi non mollarla più (se cercate questa sensazione potrà essere il disco per voi) attraverso caparbie scale che appaiono come schizzi su una violenza cercata ed infine ottenuta.

La produzione restituisce gli intenti chirurgici di un suono che vuole ogni strumento al suo posto (basso sugli scudi, sconfigge la batteria tritaossa), ordinato e concentrato sul lavoro che sta svolgendo. La sensazione di essere di fronte a dei “computer umani” è davvero tanta, e pure la voce riesce a far poco nonostante l’impegno profuso (diciamo che cerca di lottare, ma ottiene pochi risultati).

Ti inducono la noia con lo stordimento ma nonostante ciò il fastidio non è mai così esagerato. Si può dire che la puntura faccia effetto perché il rigetto entra in funzione ma non arriva fortunatamente a livelli insostenibili e controproducenti. Aethyr si lascia così ascoltare ma lascia poco dentro (ancora sto cercando di capire se la prima traccia I Became Flesh and Dwelleth Amongst Thee sia effettivamente la migliore o frutto della classica “illusione da opener”), sia durante ma soprattutto dopo. Forse era lecito aspettarsi qualcosina di più, visto che si tratta pur sempre della loro quarta fatica su lunga distanza (hanno avuto ben quattro anni di tempo per realizzarlo), questo potrebbe anche giustificare una lieve bocciatura che tuttavia non mi sento di appoggiare in toto.

About Duke "Selfish" Fog