Embryo – No God Slave

Torniamo nel 2010, torniamo a No God Slave, secondo full-lenght per gli italianissimi Embryo (realizzato ben quattro anni dopo il debutto). Il disco riusciva nell’intento di soddisfare il lato tecnico […]

Torniamo nel 2010, torniamo a No God Slave, secondo full-lenght per gli italianissimi Embryo (realizzato ben quattro anni dopo il debutto).

Il disco riusciva nell’intento di soddisfare il lato tecnico della questione (certo non quello esagerato o esigente, che richiede ogni centimetro di forza a rimorchio) senza dimenticare l’importanza “sacra”  e vitale della parola groove.

La band faceva qui sul serio tentando anche la via del “video professionale” (girati per title track e  Flatterer of Indifference) come arma di divulgazione, video che anticipavano un certo fenomeno che sarebbe esploso da li a poco (ai tempi se ne vedevano pochi ben riusciti se togliamo le band più famose -che non li indovinano nemmeno troppo spesso fra l’altro-).

No God Slave è un intenso monolite di trentasei minuti, i ragazzi suonano divinamente e sempre a favore del pezzo, fanno vibrare a modo gli strumenti e ringraziare le orecchie più “composte” in circolazione. La prestazione vocale fornisce l’adrenalina necessaria, posta fra il gutturale e lo scream (a ben sentire per niente banale), e fanno pure gasare le tastiere, poste in secondo piano rispetto alla muraglia principale ma importantissime già ad un secondo e più attento ascolto (note messe nel posto giusto al momento giusto, mai invadenti, il valore del disco non sarebbe lo stesso senza di loro). Anche la sezione ritmica rende la sua porzione d’onore all’opera, pulsante e nevralgica quanto basta per trascinarci al meglio dentro il mondo qui creato (della serie quando quel ritmo in più ti completa l’opera).

Il bilanciamento degli strumenti è davvero vincente e da solo finisce a prendersi parecchi punti, il resto ovviamente lo faranno le canzoni e un songwriting vincente. Non si registra la presenza di nessun filler, niente per cui lamentarsi o mugugnare. Tutto verrà inserito al momento giusto, un guanto groove lesto a regnare per la maggior parte del tempo.

Stilare una lista di brani migliori è cosa ardua, posso citare quelli che più mi hanno entusiasmato, ovvero la title track (canzone che mi aveva spinto a conoscerli), Escape From Your Fears, un mid tempo esaltante con degli inserimenti di tastiera assolutamente da elogiare per l’ottimizzazione ottenuta, e The Scarecrow, la più corta ma anche quella ricca di pathos, tanto vero che non è mai facile scrivere una canzone di una manciata di minuti senza evidenziare la sua “corta essenza”.

C’è personalità in quello che fanno i ragazzi, a volte mi hanno ricordato una sorta di mistura formata da dei Deicide “evoluti”, trascinati nel corso di influenze ora Fear Factory ora Sadist, ma allo stesso tempo evadono da tutto ciò andando verso direzioni intuitive. Insomma gli Embryo con No God Slave avevano regalato all’Italia un disco per cui andare fiera, un disco per palati estremi ma in qualche modo “fini”, quei gusti sempre attenti a particolari e decisive atmosfere, atmosfere che riescono a scalfire per qualche attimo le consuete e sempre ben accette “randellate” di rito.

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