Dynfari – The Four Doors of the Mind

Una crescita piena e che si respira a fondo, frutto di corposi studi e tanta, tanta meditazione. Mai una cosa che sia una appena avventata, tutto nel mondo musicato dai […]

Una crescita piena e che si respira a fondo, frutto di corposi studi e tanta, tanta meditazione. Mai una cosa che sia una appena avventata, tutto nel mondo musicato dai Dynfari appare ponderato sino al più piccolo inserimento, così quieto da riuscire a far vibrare corde nascoste, uniche e particolari. La musica della formazione islandese avanza senza rinnegare il passato tanto che potrei usare le stesse parole che avevo usato in passato per Sem Skugginn per descrivere la nuova “sbornia creativa” chiamata The Four Doors of the Mind.  Le liriche prendono spunto e fondono i poemi dello scrittore islandese Jóhann Sigurjónsson con quelli di Patrick Rothfuss; e noi rimaniamo consapevolmente da soli, naufraghi dentro il nostro unico e speciale dolore, dolore che deve essere interiorizzato, custodito e affrontato in una sola maniera senza clamori o troppi sensazionalismi. Ed è così che farà la musica firmata Dynfari, il melodic black metal che ti cinge tra soffuse situazioni post rock, e quell’odore così vivo della loro terra natia che non si può lavare più via. Le note scivolano via (obbligatorio sentirlo in un unico continuativo flusso, solo in tal modo otterremo risultati) e fanno di noi ciò che vogliono, passando per lunghi momenti di transizione a spaccati dai toni epici per poi virare verso fredde, desolanti e pungenti asperità black metal. Un “rito”, un benessere per corpo e anima, The Four Doors of the Mind stupisce per la sua apparente complessità che resterà quasi impalpabile, ma facilmente inquadrabile da subito come “molto speciale”. I nostri incantano e giocano per mezzo di una forza capace di crescere inevitabilmente con il rafforzamento degli ascolti. Non si potrà fuggire, perché ogni fuga sarà vana e il confronto dentro di noi.

Se c’è una cosa che i Dynfari hanno imparato a fare nel corso del tempo è quella di aver reso la loro musica subito affabile senza doverla snaturare o semplificarla per chissà quale obbligo. Per come la vedo io : “un tragitto da grandi”.

Molto battuti i narrati, ponti ideali per momenti lirici che sapranno regalare attimi epici (vogliamo parlare dell’inizio di Sorgarefni segi eg þér ?) e rimarchevoli sprazzi ispidi. C’è del tepore sotto le lastre di ghiaccio e i Dynfari lo evidenziano in più occasioni durante lo svolgimento di un disco pronto a liberarsi d’ogni cosa. Tasteremo solo pura e trasparente essenza. The Four Doors of the Mind evolve e torna sui suoi passi, fa in pratica quello che vuole all’interno di un arco temporale di 48 intensissimi minuti. Il nostro ruolo? Quello di “semplici ascoltatori” con tanto da investire. Con loro non serve entrare nello specifico riguardo i brani, lasciate scorrere, assaporatelo su quei momenti che ritornano e inevitabilmente incantano.

L’ordine è quello di chiudere gli occhi per lasciarsi travolgere da cotanta magia nordica, non ci sono altre vie di mezzo per affrontare un disco puro, cristallino e tanto efficace come The Four Doors of the Mind.

About Duke "Selfish" Fog