Dynfari – Sem Skugginn

Momenti di smarrimento, momenti di noia che diventano improvvisamente di bellezza inaudita. E’ tutto e il suo opposto Sem Skugginn, opera seconda degli Islandesi Dynfari. Di loro avevo già sentito […]

Momenti di smarrimento, momenti di noia che diventano improvvisamente di bellezza inaudita. E’ tutto e il suo opposto Sem Skugginn, opera seconda degli Islandesi Dynfari.
Di loro avevo già sentito il debutto, musica che faceva intravedere una certa stoffa, stoffa che l’approdo su Code666 Records ha confermato ed incrementato puntualmente.
Saper pazientare come unico “sacrificio” percorribile. Il tempo sarà necessario se in maniera adeguata “plasmato”, più che fondamentale ai fini del responso, per dare prova a questa musica che crediamo, crediamo al cedimento della frenesia del mondo attuale che tutto conquista.

Ancora una volta l’Islanda ripaga l’attenzione prestata, e alla fine non si può che esultare di fronte a questo monolite di freddo e psichedelico black metal/post rock. Musica che si intrufola come sottile aria gelata, lentamente, senza alcuna fretta prende il timone, pianta alcuni semi per il futuro e poi si mette a sedere da parte, giusto per godersi lo spettacolo; e noi lo saremo certamente uno spettacolo, disorientati, magari annoiati (il disco è davvero lungo e per la maggior parte del suo tempo è strumentale) e poi fortemente incuriositi, ma pur sempre cullati da note rarefatte e dai frangenti “aspri” (accompagnate da uno scream distaccato e lacerante). Il mood punta alla “pace”, assistiamo a scenari immobili, scolpiti nella loro bellezza, si avverte la presenza del ghiaccio e di un altro modo di vedere/pensare e concepire musica, percepiamo la differenza di essere al cospetto di un prodotto appartenente ad una “fabbrica diversa”, una fabbrica che magari poco o nulla abbiamo conosciuto (Sólstafir e Sigur Ros potrebbero essere tirati in ballo per muovere un pochino le acque, ma il risultato è assai differente).

Premere play per aspettare, attendere il momento in cui la musica potrà “rivelarsi” per mettersi a parlare tramite il suo speciale sussurro, a spiegare le sue ragioni e i suoi perché, sempre con il forte rischio di non poterlo mai arrivare realmente a comprendere.
Si entra nel mondo Dynfari da ospiti, gli otto minuti di Glötun saranno col senno del poi necessari per poter continuare, protratti sino al “quasi sfinimento”, danno finalmente il via alla canzone più lunga del disco intitolata Hjartmyrkvi, un quarto d’ora esplorativo, glaciale ed incontaminato, la perfetta trasposizione di ciò che vedono i loro occhi (vorrebbero incantare ed “incatenare” grazie ad atmosfere dislocate, evitando abilmente di esporsi su scenari anche solo lontanamente commerciali). Sofferta e rarefatta arriva Svartir Himnar, forse l’unica da poter pensare di ascoltare fuori dal contesto. Le emozioni diventano stabili (una menzione particolare per Myrkrasalir la lascio in ogni caso) sino all’arrivo della title track (divisa in due atti) e al suo vertiginoso effetto “d’estremo fascino”, pronto a deporci al sicuro all’interno di un luogo sgravato dal tempo (la fluidità in questo caso è asservita al puro freddo e al suo relativo splendore).

Arrivati alla fine gli interrogativi ci assaliranno senza tregua. Il bello (o brutto, dipende dai casi) sarà realizzare quanto poco avremo immagazzinato di questa sbornia, quanto ci sarà ancora da toccare ed esplorare la prossima volta che decideremo di sceglierlo come compagnia. Sem Skugginn è da capire (non c’è una scadenza, serve una vita e le esperienze), da aspettare molto più di tanti altri, altamente inutile cercare di starlo a promuovere o bocciare.

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