Dunkelnacht – Ritualz of the Occult

Esistono da poco più di dieci anni i francesi Dunkelnacht, così dopo diverse uscite di piccola durata e due full-lenght arriva finalmente il momento di fare loro conoscenza. Un salto […]

Esistono da poco più di dieci anni i francesi Dunkelnacht, così dopo diverse uscite di piccola durata e due full-lenght arriva finalmente il momento di fare loro conoscenza.

Un salto nel buio che mi farà presto “correre a ritroso” fra le produzioni messe ormai alle spalle, si perché l’ep Ritualz of the Occult si è rivelato un buon ascolto, oggettivamente “adulto”, deciso ma soprattutto “ben coeso” e propositivo nel spiegare il suo piano di dominio, la sua blasfema opera distruttiva.

A questo giro la compagnia ci viene mantenuta per 18 minuti, 18 minuti mai esattamente “scontati”, un putiferio black-death ora dissonante e malevolo e poco più tardi stranamente melodico. Manifestano violenza, azionano rulli compressori durante alcune accelerazioni e poi quando meno te lo aspetti finiscono a cospargerti con armonia a dir poco persuasiva. Insomma, Ritualz of the Occult è costruito ed esposto in modo ineccepibile e si farà volere bene già a partire dai primi poderosi minuti.

L’ottima introduzione Unchained apre ad una title track “nervosa” e fredda, sfuriate death/black metal pronte a stringere dentro una morsa chirurgica ma provvista di una sua distinta anima. Una prestazione vocale dannata farà il resto, facendosi letteralmente “il mazzo” fra urla acide e un profondo ed asettico growl. Ancora più pesante se vogliamo la seguente Pretty Lovesick Funeral, canzone “gorgogliante”, pronta a cementare la convinzione di trovarsi di fronte a materiale ispirato. Questa convinzione deflagra totalmente con l’arrivo di Emblem of a Diluted Deism (la migliore del lotto per chi scrive), brano pronto a plasmare “dilatazione e vortici rituali” senza dimenticarsi di portare un’insana melodia direttamente da casa.

Si, un pensierino i Dunkelnacht se lo meritano decisamente. Limitate copie fisiche del prodotto sono state realizzate dalla band stessa, mentre per l’aspetto “digitale” della faccenda il punto di riferimento è ancora la WormHoleDeath Records (l’etichetta aveva curato il loro Revelatio nel 2014).

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