Dryom – 2

Desolazione e rassegnazione offerte in abbondanza (sopra una gelida lastra d’ardesia), in qualità di unico ed ineluttabile pensiero. Se covate la volontà di voler immergere le vostre spoglie dentro un […]

Desolazione e rassegnazione offerte in abbondanza (sopra una gelida lastra d’ardesia), in qualità di unico ed ineluttabile pensiero. Se covate la volontà di voler immergere le vostre spoglie dentro un clima profondo ma fortemente apatico, e dai tratti completamente misteriosi (sappiamo solo che il progetto è di origini russe, per il resto non ci è dato conoscere altro, anche perché non avrà la benché minima importanza), non dovrete trovarvi subdole scuse per evitarvi 2, opera seconda (il primo passo resta un demo/full bello corposo, da un’ora circa di durata) del monicker Dryom (Дрём il nome originale).

Funeral doom adagiato su quattro aridi andamenti (il più breve è di dieci minuti, il più lungo si intitola Ona e arriva a diciassette, è l’ultimo in scaletta e nella sua coda vi dimostrerà quanto ancora possono entusiasmare dopo “infiniti” minuti messi dietro le spalle) scanditi dal profumo di un’ormai passata distruzione (cenere oltre la cenere) impossibile da cancellare. Inutile stare a specificare di quanto 2 sia esclusivamente indicato ai fruitori del genere, tutti gli altri sono pregati di fare fagotto e farsi gentilmente da parte, perché qui troveranno solo tanta, infinita e reiterata noia, di quella che acchiappa alla gola senza alcun rimorso.

Le quattro canzoni (possiamo chiudere gli occhi ed immaginarne una sola, tanto le cose non cambiano, anzi, quasi si divertono nel ritornare) ci aprono a scenari ormai privi di speranze, segni evidenti che si non lavano via nemmeno con lo scorrere del tempo, come ossature rimaste in piedi in veste di “monito”; non c’è niente di meglio della lentezza per rappresentare tutto questo, non trovate?

Pochi gli ingredienti applicati, le chitarre vanno a riempire con suono nitido e rimembrante (a loro il ruolo di protagoniste e traghettatrici), perché la sofferenza va mostrata senza trucchi -non fatta intendere come chissà quale vanto- concreta e subito respirabile, alimentata proficuamente da tastiere d’elevazione eterea, ma soprattutto dalla presenza di uno spoglio schiacciapensieri capace di ritornare a più riprese (l’arido cerchio viene chiuso con semplici e poche mosse, troverete anche un semplicissimo flauto a rafforzare determinate situazioni) con risultati sempre eccellenti.

2 fa tutto quello che un ottimo disco di funeral doom dovrebbe fare e non stupisce affatto notare l’efferato zampino della Solitude Productions dietro. Armatevi di pazienza e lasciatevi condurre (se masticate o se veramente volete vivere “questo genere” non sarà poi così difficile vedrete), rendete il disco una vostra culla personale, costruita con forti sensazioni (guidate dalla presenza di un saldo e lacrimevole growl perfettamente calzante) a loro modo assolutamente impalpabili. Poi, ogni tanto le chitarre abbattono quel “muro imposto” d’assoluto grigiore, ma sono solo momenti, “spaccati” appena accennati, possiamo giusto definirli come attimi di “stordimento”o lievi impennate.

Muovetevi senza paura dentro i vostri ruderi interiori, estraniatevi più che potete prima di lasciarvi andare a cotanta compattezza sonora. Oltre vi troverete un piccolo ma ingombrante tesoro. Detto con franchezza, non pensavo di arrivare sino a certi e alti livelli, la posizione top per i Dryom è assolutamente meritata (e ogni nuovo ascolto puntualmente la rafforza), ancor di più se penso a quanto è difficile convincere oggi, in questa maniera, su un territorio così particolare come il funeral doom. In due sole parole: “godetevelo estaticamente”.

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