Drowning The Light – An Alignment of Dead Stars

Non ci si crede se non la si vede, era così ai tempi di questo disco, è nulla è cambiato oggi. La moltitudine di materiale che esce a nome Drowning […]

Non ci si crede se non la si vede, era così ai tempi di questo disco, è nulla è cambiato oggi. La moltitudine di materiale che esce a nome Drowning The Light era ed è impressionante. Probabilmente non farete in tempo a procurarvi ed assimilare a dovere un disco che uno nuovo sarà già pronto a partire sulla rampa di lancio.
Una prolificità del genere rischia di minare l’ispirazione sulla breve distanza, ma di certo non è il caso del qui protagonista An Alignment of Dead Stars.

Toccò alla Avantgarde Music partorire An Alignment of Dead Stars, un disco che non toglieva nulla alla carriera Drowning The Light, ma capace di aggiungere un importante tassello, con un risultato addirittura più roseo di quello che magari ci si poteva aspettare. In parole povere con questo disco Azgorh arriva a convincere non poco, tutt’altro che la classica “pappetta” fatta su due piedi giusto per fare. Si scorge lungo tutta la durata (che supera l’ora) del full una sorta di “pensiero evolutivo” nella tradizione Drowning The Light, con una spiccata maturità a reggere lo sfondo su canzoni che riusciranno a catturare l’ascoltatore ricettivo. Di certo non è nulla di nuovo, ma i brani presenti su An Alignment of Dead Stars sembrano brillare di una fioca luce particolare, e offrono una varietà forse mai avvertita da questo monicker in precedenza. Nessun riempitivo nonostante l’ingente durata, niente lascia trapelare una possibile azione dettata da chissà quale fretta impossibile da gestire.

Chi conosce e apprezza il black metal dell’artista australiano troverà un nuovo giro nel suo “mondo ideale”, troverà quel suono distante e decadente che costituisce il tipico marchio di fabbrica, anche se questa volta la produzione “migliore” toglie un pochino d’antico fascino. Affonderà su quel connubio fra irruenza malinconica e pathos capace di catapultarti altrove, nient’altro che mondo Drowning The Light, un posto mai troppo specificato di pura evasione.

La tracklist pullula di brani rudimentali ma consistenti e viene saggiamente diluita con intermezzi strumentali dal tocco “distensivo”.
Azgorh si superava nel gettare sul mercato una release di questo “peso”, piena di brani d’assoluto livello come The Cult of Shadows, Drinking the Sacrament of Eternity -Revenge of the Impaler- (riff per me “storico”), una Call To Arms che lasciava emergere chiaro lo spettro del primo Burzum (e che finale!) e Dragged to an Ocean Grave.

Potrei citarne benissimo altre alludendo a questo o quel riff specifico (credetemi sono davvero tanti quelli di un certo livello), ma forse è meglio fermarsi per evitare troppa confusione, e poi perché in fondo le parole non dovrebbero mai essere troppe per descrivere album di questo tipo.

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