Draconian – A Rose for the Apocalypse

I Draconian sono una formazione che non ammette mezze misure, o li ami o li odi, non si scampa da tale trabocchetto, così persuasivo se si adora il gothic/doom, altamente […]

I Draconian sono una formazione che non ammette mezze misure, o li ami o li odi, non si scampa da tale trabocchetto, così persuasivo se si adora il gothic/doom, altamente “palloso” per l’esatto contrario. Passano gli anni ma fortunatamente (a seconda di quanto ciò possa andare bene ovvio, sono anche sicuro che tante persone gradirebbero un qualche sorta di evoluzione nel loro sound) i nostri si impongono sempre quelle precise “uscite chiuse”, e non pensiate che ciò sia semplice perché riproporre qualità e serietà senza sosta comporta sempre i suoi meriti. Meriti che sono tanti, e in tanti sono quelli che se ne accorgono, è da tempo che i Draconian vengono considerati “maestri”, tra gli ultimi baluardi a proporre una musica fortemente passionale, convincente e romantica, passata decisamente di moda rispetto ad altre.

A Rose for the Apocalypse per chi scrive non ha nulla da invidiare ad ogni alto capitolo precedente, la discografia continua ad avere un equilibrio incredibile e mi risulta davvero impossibile riuscire a decidere un top album specifico piuttosto che un altro. Questa fatica sa prendersi il suo tempo (un’ora la durata) ma di certo ciò non rappresenta una sorpresa per la band, come una “non sorpresa” sono le prestazioni dei due cantanti. Non c’è nulla che tenga, Johan Ericson e Lisa Johansson sono una delle “migliori perfezioni” mai sentite in campo gothic/doom, il growl maschile esalta ed interpreta strofe e ritornelli con chirurgia maniacale (che ruggito e che profondità), la voce femminile è di una grazia sublime, l’autentico gioiello “fatto a mano” ed incastonato su note ora delicate ed ora arcigne. Con una coppia del genere metà del risultato è già messo in “sacoccia” già alla partenza, il resto ovviamente lo deve imbastire il songwriting, ma anche questo punto nevralgico non delude, arrivando con nove brani bellissimi, ricolmi di quella sana e triste vena gothic tanto voluta, cercata ed ancora ritrovata.

Si poteva temere un ammorbidimento da parte dei Draconian ma così non è stato, il disco lascia tranquilli e l’unica strizzata (ma che strizzata!) se così si può definire è rappresentata proprio dalla canzone scelta come video The Last Hour of Ancient Sunlight, assolutamente magnifica nonché mio personale inno goth dell’annata 2011. La canzone è certamente semplice ma mai banale, i cambi di tempo sono classe pura e i suoi intrecci vocali mi hanno riproposto una qualità da primissimi Theatre Of Tragedy. Il resto è pura decadenza fatta musica, un pezzo di roccia sapientemente lavorato che trova i suoi apici in canzoni come The Drowning Age (magnifica perfezione, a volte rimembrano persino i Septic Flesh di metà carriera), Elysian Night (una lunga e strisciante emozione mi percorre lungo tutta la sua durata), Deadlight (a lei alcuni degli intrecci vocali migliori del disco: “I’m beyond all help, So kill me“) e The Death of Hours (basta l’entrata iniziale di Lisa per essere già sazi). Ma nulla togliamo alle egualmente riuscite (scusate, ma la lista in tal caso è davvero doverosa) End of the Rope (il duo Nystrom/Renkse osserva da media distanza compiaciuto), Dead World Assembly, A Phantom Dissonance (la produzione è bella chiara, possente e piena, su questo brano tutto ciò emerge al massimo delle potenzialità) e The Quiet Storm (un brano linearmente classico ma che non stonerà mai su un lavoro Draconian).

Se vi mancano i vecchi ricordi di Tristania/Theatre Of Tragedy, se non avete dimenticato le lezioni impartite “a pelle” da Katatonia (da sempre ed ancora qui essenziali per le loro costruzioni), Paradise Lost e My Dying Bride non avrete molte scuse per evitarvi l’ascolto di questo magnifico e paziente A Rose for the Apocalypse.

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