Discharge – End Of Days

Mentre il Regno Unito si prepara ad esprimere la propria opinione riguardo la Brexit, l’attesissimo referendum recentemente macchiato dalla morte della deputata laburista Jo Cox (ennesimo assassinio ‘mirato’ rivolto a […]

Mentre il Regno Unito si prepara ad esprimere la propria opinione riguardo la Brexit, l’attesissimo referendum recentemente macchiato dalla morte della deputata laburista Jo Cox (ennesimo assassinio ‘mirato’ rivolto a difendere nientepopodimeno che il sacro pensiero ‘democratico’ ), mentre – nel sempre più squallido teatrino di Euro 2016 – gli illaidìti hooligans inglesi vengono quotidianamente derisi e sculacciati da qualsiasi gruppo di tifosi minimamente preparato allo scontro, ecco capitare a fagiolo il monicker Discharge, storica formazione della scena anarcopunk internazionale.
Un sound, uno stile, un ritmo che definiscono anche un genere che proprio dalla stessa band prende il nome: il famigerato D-beat.

Estremizzata l’attitudine dei Crass, pacifista ma altrettanto provocatoria, paranoica e tremendamente epilettica, l’esordio Why (1981), ma soprattutto il successivo Hear Nothing See Nothing Say Nothing (1982) sono da considerare vere pietre miliari dell’estremismo sonoro (Metallica, Slayer, Sepultura e Napalm Death avrebbero mai visto la luce senza tali capostipiti? ), nonchè sincere spine nel fianco per chi – ancora oggi – continua a vedere nel selvaggio ordoliberismo l’unica strada da battere per uscire dalla crisi globale.
Un’aurea quasi mitologica, minimamente scalfita da scioglimenti, cambi di line-up e poco onorevoli sbandate verso lidi street / classic metal (l’osceno Grave New World, l’innocuo Massacre Divine, di cui vale la pena ricordare soltanto la cover art dal sapore vagamente carpenteriano, ed il tedioso Shootin Up The World), volte a seguire la medesima parabola dei mitici Celtic Frost (periodo Cold Lake / Vanity Nemesis) senza però averne nè la perizia strumentale nè tantomeno il brillante songwriting. Inutile, quindi, starsela a menare: i Discharge hanno sempre tirato fuori il meglio tramite l’aggressività, non ci sono cazzi!
Combattività, prepotenza, veemenza fortunatamente riprese a pieno regime col bellissimo auto-intitolato come back del 2002, e Disensitise (2008), lavori passati tuttavia in sordina, anche – e soprattutto – tra gli stessi ‘addetti ai lavori’ che ultimamente danno libero sfogo alla retorica più spiccia, celebrando in pompa magna il presente End of Days, col benestare di sua maestà Nuclear Blast.

Un disco tirato, brutale e senza alcun tipo di compromesso, dove poche parole gridate ripetutamente su semplicissimi accordi diventano manifesti di pensiero, inni che sbattono in primo piano tematiche sociali (New World Order), visioni anti-capitaliste (Hatebomb), denunciando il sempreverde putridume che ci circonda (Raped and Pillaged), la cronica assenza di rappresentanza politica per le classi meno abbienti (False Flag Entertainment), e ancora il cancro rappresentato dalle varie religioni (Meet your Maker) piuttosto che la manipolazione mediatica nell’era del web (Population Control o… MoVimento 5 Stelle, chiamatela come volete). Insomma, passano gli anni ma di progresso non v’è traccia, tuonano i veterani Discharge, e noi con loro.

Pogo assicurato, ossa rotte, alcool a fiumi, ma al di là di facili entusiasmi, la speranza è quella che platter del calibro di End of Days possano in qualche modo avvicinare più gente possibile alla lotta in nome di una società basata sulla libertà individuale e sulla collaborazione volontaria, dove governi e strutture gerarchiche non siano più necessarie. Voi continuate pure a chiamarla legge della giungla, caos, disordine, utopia… io la chiamo anarchia.

Alexander Il'ič Ul'janov

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