Dimmu Borgir – Abrahadabra

Dopo il mezzo terremoto avvenuto in line up e conseguenti dipartite di Vortex e Mustis i Dimmu Borgir si apprestavano nel 2010 a tornare con l’ottavo -e sempre atteso- capitolo […]

Dopo il mezzo terremoto avvenuto in line up e conseguenti dipartite di Vortex e Mustis i Dimmu Borgir si apprestavano nel 2010 a tornare con l’ottavo -e sempre atteso- capitolo discografico della loro carriera. Dopo aver ottenuto l’acquisizione di una certa notorietà in ambito metal (superiore alla media, tanto da relegarli nella categoria di quelli che “ce l’hanno fatta“) il terzetto composto da Silenoz, Shagrath e Galder ha finito col generare sempre più discussioni sulla presunta validità o meno del proprio prodotto. Critiche e attenzioni nate in scia al carrozzone mediatico creatosi attorno, così fra trovate promozionali chiaramente eccessive, mutazioni e telenovelas varie ecco arrivare il “complicato” parto Abrahadabra.

Volendo spezzare una lancia a loro favore si può benissimo sostenere che la loro musica -nonostante l’appurato-crescente interesse creato nel corso degli anni- avrebbe potuto essere oggi notevolmente più “easy” o quant’altro in sua vece o derivazione. Se pensiamo ad esempio ai due capitoli precedenti Death Cult Armageddon e In Sorte Diaboli potremo certamente “limitarci” nel giudizio ma non nell’accettare il fatto di quanto siano in fondo “poco ruffiani”. Analizzando solo questo aspetto vengono in mente formazioni di meno “peso” ma sicuramente più propense musicalmente ad appagare le grandi masse. I Dimmu Borgir hanno a poco a poco plasmato un sound personale e lo hanno portato avanti malgrado critiche, anatemi e insulti vari, non di certo “difendibili” per alcune brutture evidenti, ma a discapito di tutto hanno mantenuto un proprio stile, aldilà di una evoluzione non propriamente esaltante. Detto ciò, bisognava impegnarsi per fare peggio di In Sorte Diaboli, (uno dei pochi dischi che definirei senza mezzi termini: “orrendo”), per fortuna i ragazzi  riescono a rialzare un pochino la testa (aiutati dal mestiere) anche grazie ad una buona produzione. Definibili ormai come “extreme symphonic metal” con Abrahadabra i nostri hanno dato alle tenebre un lavoro a suo modo vario, interessante ed “operistico”. Tutte le caratteristiche che li hanno trainati e fatti conoscere sono qui ben condensate, tanto da portare più volte il pensiero a cavallo fra Enthrone Darkness Triumphant ed un più asciutto Death Cult Armageddon, come se si cercasse d’unire in qualche modo il primo grande successo con l’inizio delle grandi critiche.

Abrahadabra non regala di certo miracoli, anche un sordo capirebbe che non vale minimamente nessuno dei primi cinque dischi, ma un lieve miglioramento esiste, soprattutto se lo paragoniamo ai suoi diretti precursori. Saranno quattro canzoni a mantenere accese le speranze, mi sto riferendo a Born Treacherous (da tanto tempo non mi entusiasmavo tanto con una loro canzone), il “singolone” Gateways (lo so, a tanti ha fatto puramente “spruzzare”, e la prima volta che l’ho sentita ammetto che ho fatto una certa fatica anch’io, ma le strofe iniziali -e soprattutto il finale- col senno del poi sono fra le cose più ficcanti mai sentite in casa Dimmu Borgir), l’auto celebrativa Dimmu Borgir (il miglior tentativo su come si possa unire vecchio e nuovo) e la conclusiva Endings And Continuations (le abilità che fuoriescono in trame oscure ed occulte, poi compare pure Re Mida Kristoffer Rygg come ulteriore consolidamento).
Il resto del disco si trascina un po così, sbadigli e momenti vagamente monotoni (qualcuno grida da là in fondo: “Ritualist!!“, canzone fortunata solo nella sua parte tirata con acustiche sovrapposte, ma anche The Demiurge Molecule e Renewal non convincono pienamente) rendono “scadente” e ben poco avvincente l’insieme (non in maniera esageratamente compromettente). Nel mezzo dei due gruppetti citati va inserito il duetto Chess With The Abyss e A Jewel Traced Through Coal dove vigono invece maggiori sensazioni e lampi di positività. Fare il giusto, per mezzo del sound che ti distingue, senza snaturare, ma senza neppure fare magie col songwriting, vuol dire fare esattamente Abrahadabra.

Critiche sono piovute e pioveranno,  in campo scenderà pure qualche “sostenitore incallito” a difenderlo. Insomma, una nuova guerra per la verità che si consumerà senza veri vincitori (ma poi penso: “può essere considerato vincente chi aumenta la propria fama senza convincere?“).

About Duke "Selfish" Fog