Descend Into Despair – Synaptic Veil

A tre anni di distanza dal debutto The Bearer of All Storms fanno ritorno i rumeni Descend Into Despair con il nuovo Synaptic Veil, un lavoro pronto ad ergersi fiero, […]

A tre anni di distanza dal debutto The Bearer of All Storms fanno ritorno i rumeni Descend Into Despair con il nuovo Synaptic Veil, un lavoro pronto ad ergersi fiero, armonico e massiccio sopra l’oscuro e marmoreo panorama funeral/death doom.

L’impatto, nonostante l’ingente lunghezza dei cinque brani protagonisti (tre gironzolano sui tre quarti d’ora, gli altri due sui sette e otto) è subito importante, l’orecchio ringrazia e riflette con immediato stupore la bontà di un songwriting che sa dare ampiezza e profondità sotto i dettami di una ispirazione opportunamente spessa e davvero ragguardevole. Sarà un cammino costellato d’autentica sofferenza e passione, un cammino che lascerà cadere i minuti come fossero noccioline (è da qui che si intende una certa “superiorità” se andiamo a prendere come riferimento il genere) lungo un tragitto lastricato d’immagini personali, vaganti e malinconiche. Verremo cullati, talvolta pugnalati con grazia su momenti di “sacro livello”, messi prima a cavallo di impervi valichi che mutano su brevi scorci e attimi “puliti” che definirei quasi ancestrali (temporanei colpi di spugna, stacchi che arrivano e se ne vanno accrescendo il livello di confidenza con l’opera).

I Descend Into Despair non sbagliano un solo brano e non mettono niente o nulla fuori posto, irradiando in tal modo strutture resistenti e dirette nel colpire con fascino estremo ma “abboccato” e invitante. Saturnus, My Dying Bride, Doom: VS, Draconian, i miei pupilli Necare o i spesso dimenticati Mourning Beloveth sono solidi punti di riferimento, fari indicativi ben piantati nel buio di uno stile che quando riesce così bene cancella dubbi e rimorsi vari, arrivando persino a portare un certo aspetto “sereno” e gratificante.

Le cinque colonne presentateci dai Descend Into Despair avanzano con una calma pressoché serafica, l’iniziale Damnatio Memoriae ha il compito di dipingere l’ambiente nel quale ci muoveremo (straziante lo spazio concesso al cantato pulito) lasciando il testimone ad autentiche meraviglie quali Alone with My Thoughts, Demise (la più lunga e pure la mia prediletta quando affonda le sue grinfie dentro una lucente sospensione) e quel magistrale connubio di chitarre, voci e tastiere che è Silence in Sable Acrotism. Stupisce la loro capacità di essere “semplici ma ostili al medesimo tempo”, giusto per sottolineare ulteriormente il grado di inafferrabilità raggiunto e già bello che superato nel momento stesso in cui lo si pensa o avverte.

Tempo e spazio azzerati, alla fine respireremo l’eco di passi scivolati via da poco, passi capaci di lasciare impronte decisamente rispettose e profonde. Assolutamente vietato esitare se si è appassionati del filone battuto.

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