Dehydrated – Resurrection

Per la serie “a volte ritornano” ecco fare ricomparsa gli slovacchi Dehydrated giusto per rinverdire l’obsoleto detto “c’è sempre speranza”. Eh si perché mai come in questo caso la dichiarazione […]

Per la serie “a volte ritornano” ecco fare ricomparsa gli slovacchi Dehydrated giusto per rinverdire l’obsoleto detto “c’è sempre speranza”. Eh si perché mai come in questo caso la dichiarazione di “morte” era ormai accertata, accettata e purificata; per realizzarlo bastava guardare la data (1997) dell’unico ed ultimo full-lenght della loro carriera intitolato Ideas.

E se lo spazio di due/tre/quattro anni ci può sembrare a volte “troppo” pensate cosa diamine possa significare quello di venti. Lustri che passano e il niente, encefalogramma piatto sino a che la voglia, o la possibilità si ripresentano, riaccendendo la miccia del caro e vecchio death metal. E le cose sembrano all’istante tornare agli ambienti, agli stili che erano. D’altronde l’approccio determinato di gente di una certa età lo si intuisce da subito, i Dehydrated sono immuni alle tendenze perché non sono state queste a farli tornare e noi “austeri volponi” non possiamo che accettarli per quello che sono e per come hanno deciso di fare ritorno.

Idee sparse nell’arco temporale di vent’anni, spunti efficaci espressi e buttati giù con passione nei ritagli di tempo. Resurrection se visto per quantità di pezzi e durata non è certo quel “premio” che potevano forse aspettarci a questo punto, è solo il rimettere in circolazione il motore fatto con semplicità e rinnovata voglia di scuotere gli animi di chi sa.

I Dehydrated appaiono per 28 secchi minuti e non vogliono riscrivere atro se non il loro umile ritorno. Il disco visto da tale visuale suona riuscitissimo (la produzione è esaltante o almeno, a me piace davvero molto) su quell’unione a cavallo fra death europeo (aleggiano sensazioni alla primissimi Hypocrisy) e frustate in stile Cannibal Corpse. La tecnica si fa presente ma non rovina sciaguratamente il tiro di un disco inattaccabile per ogni estimatore che si rispetti. La band si riappropria di una miscela poco arzigogolata che solo del bene può fare, non si spiega altrimenti la voglia di ripassare continuamente Resurrection e le sue sei impavide scudisciate.

La tracklist? Parte bene e prosegue ancora meglio tanto che vi basti pensare che le ultime due Dying and Asking e Dawn of Eternity sono quelle a cui posso affibbiare la comunque scomoda in tali casi etichetta di “preferite”. Ritmo scavato, ispirazione e malsano senso melodico non ci abbandoneranno mai e a ma non resta che dire: “gran bel ritorno Dehydrated!”.

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