Deadlock – Hybris

In pochi anni i tedeschi Deadlock hanno saputo guadagnare posizioni all’interno delle mie personali attenzioni, è un dato concreto, “reale”, tanto che la loro musica è diventata alle mie orecchie […]

In pochi anni i tedeschi Deadlock hanno saputo guadagnare posizioni all’interno delle mie personali attenzioni, è un dato concreto, “reale”, tanto che la loro musica è diventata alle mie orecchie sempre più personale, di spicco ed immediatamente riconoscibile. Devo quindi ammettere di aver un pochino vacillato alla notizia delle “dimissioni” della neo-mamma Sabina Scherer, cantante realmente dolcissima quanto abile nel diversificare a dovere la loro proposta; ma queste contorte paure sono durate ben poco, sparite già durante il primo ascolto del nuovo Hybris, disco che vede i Deadlock ben piantati nella decisione di non rivoluzionare l’impronta tanto faticosamente acquisita. Inizia così il periodo di Margi Gerlitz e della sua versatile voce che non ho potuto fare a meno di adorare. I suoi ingressi vocali rappresentano una sorta di “ruota continua” con il passato, ci fanno sembrare le cose normali ed immutate , fattore non esattamente scontato o facile da realizzare dopo un così importante cambio di line-up (diciamo che Sebastian Reichl sta continuando a fare un lavoro più che ottimo in sede di songwriting).

A funzionare è anche il duetto con il sempre più convincente John Gahlert (qui alla seconda prova come lead vocalist), un “bofonchiatore rabbioso” sempre meglio calato nella parte, entusiasta, così tanto trascinatore da rendere meno traumatico l’ingresso di Margi. Ed è così che il settimo vestito Deadlock si presenta a noi (ancora supportato da Napalm Records), carico di buoni propositi e del giusto “parco canzoni”. Ne arriveremo a contarne dieci (di cui solo una strumentale), tutte ispirate e riuscite, praticamente un ottimo modo per bissare il risultato del precedente The Arsonist (che al momento continuo a preferire seppur di poco, e qui mi tocca ripetere: “non era facile arrivare immediatamente sui medesimi livelli”).

Il ruggito della prima Epitaph ci inchioda con la sua carica presto dilaniata da uno spaccato vocale “assoluto” di Margi (non c’è che dire gran modo di presentarsi). Il melodic death metal dei Deadlock continua nel suo particolare gioco di togliere e mettere respiro, giocando le sue carte in base al “materiale canoro” a disposizione. Esempio lampante è la seconda Carbonman (distinti echi alla Lacuna Coil faranno loro presenza, ma che qualità dentro certi intrecci), ideale scarica prima della mia personale hit Berserk (che ascolterei in loop per non so quanto). Non mancano pezzi che impareremo a conoscere meglio solo in ritardo (mi riferisco nella fattispecie alla vagamente atipica Blood Ghost, all’intensa Wraith/Salvation e a Backstory Wound) mentre altri come title track (quel riffing disconnesso che “ti uccide”), Ein Deutsches Requiem (a dir poco lirico-clamorosa, cosa diamine hanno tirato fuori!) e Welcome Deathrow accalappieranno subito le nostre fameliche attenzioni.

Hybris si presenta con una veste impeccabile, avvolto dentro una produzione rocciosa quanto basta per enfatizzare il lato aggressivo ma anche capace di lasciar andare le melodie laddove richiesto. In tal modo giungono a colpire a fondo la mente, tanto che vi ritroverete a canticchiare determinati motivi nei momenti più inaspettati (chiedendovi magari a chi diavolo appartengono). Comunque –secondo il mio punto di vista- con una spina dorsale formata da Epitaph, Berserk, title track, Ein Deutsches Requiem e Welcome Deathrow si va –almeno sulla carta- lontano.

Non considerare Hybris potrebbe diventare un clamoroso errore, un disco che nel suo piccolo arriva a toccare vertici che mai avremmo potuto pensare.

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