Darkflight – The Hereafter

Un corpo che si trascina, una figura lasciata sola, inerme, alla deriva, a farle compagnia solo i suoi demoni profondi e null’altro. E’ grossomodo questo lo scenario aperto e lasciato […]

Un corpo che si trascina, una figura lasciata sola, inerme, alla deriva, a farle compagnia solo i suoi demoni profondi e null’altro. E’ grossomodo questo lo scenario aperto e lasciato progredire dall’ascolto di The Hereafter, quarto sofferto capitolo della creatura bulgara Darkflight.

Nel primo decennio degli anni duemila avevo tenuto molto da conto i Darkflight, i meriti d’altronde erano più che dovuti grazie alla doppietta Under the Shadow of Fear (2003) e Perfectly Calm (2008, indiscusso loro apice per chi scrive), una doppietta ben assortita che ben si sposava con la voglia di materiale “lento e melodico” che scorreva inaspettatamente rapida e produttiva in quei tempi. Ma quel corpo ne ha passate di leghe prima di fare ritorno sulle scene con qualcosa di nuovo, e così si era fatto tardi quando nel 2014 arrivava il terzo Closure, roba da far sembrare uno scherzo gli “appena” tre anni impiegati per avere fra le mani The Hereafter.

I Darkflight musicano la notte e quelle pacifiche, immobili sensazioni che riesce sempre a portare. Le loro composizioni sono come quelle nuvole che scorrono davanti la luna e un po’ li si soffermano prima di migrare altrove spinte dal vento e altri sbadati pensieri. Ma oggi, se possiamo ritenerlo possibile, i Darkflight hanno irrobustito ancor di più la loro musica lasciandoci intendere una sottile accento di progressione che sicuramente richiederà qualche giro-supplemento in più rispetto alle creazioni passate che appaiono oggi maggiormente “centrate” o rette verso un preciso obiettivo.

C’è tanta sofferenza quindi su The Hereafter (mi sento di porre l’avvertenza di non partire da qui per fare la loro conoscenza), così tanta che si rischia di perdere la bussola da qualche parte lungo la sua -non poca- ora di gestazione. Da una parte il prodotto si esprime in maniera ineccepibile (merito anche di una produzione limpida), mentre dall’altra rischia di perdersi su qualche divagazione portata nei pressi di pericolosi limiti. Armarsi di pazienza è quindi fondamentale mentre lo strano dono di saper manipolare al contempo attenzione e distacco sancirà il valore reale dell’opera per il nostro personale emisfero.

The Hereafter sembra voler accompagnare alla porta la componente più rude e pungente black metal per lasciare largo spazio all’atmosferico fattore “dark doom” il quale ama prendersi tutto il tempo necessario per tessera la sua mansueta tela. La voglia di fare passi su direzioni all’apparenza diverse parla chiaro (sentiremo uno specchio vocale assolutamente variegato, pronto a determinare importanti diversità nel giro di pochi minuti) , ma le zone battute restano comunque limitrofe a ciò che il monicker Darkflight ha saputo nel tempo costruire. Si cerca la divagazione ma con cognizione e attenzione ai particolari, non tutto riuscirà loro, ma lo sforzo che sta alla base non è da poco.

Meglio una più “agile” prima parte di tracklist (su tutte impossibile non mettere quel diamante iniziale di Crushed seguita qualitativamente parlando dalla terza Giving Up) che quella conclusiva un pochino impastata, la quale potrebbe procurare a qualcuno più di un sbadiglio, anche se tutto rimane relativo allo stato di approccio nel mezzo del suo svolgimento.

C’è ancora posto in questo mondo frenetico per i Darkflight? voglio sinceramente sperare di si, anche se l’intuito non riesce ad essere completamente positivo a riguardo.

About Duke "Selfish" Fog