Crematory – Oblivion

Ero contento con il precedente Monument, mi bastava ed ero soddisfatto degli sforzi fatti per riavviare il motore della band, sapevo che non potevo chiedere di più ai cari e […]

Ero contento con il precedente Monument, mi bastava ed ero soddisfatto degli sforzi fatti per riavviare il motore della band, sapevo che non potevo chiedere di più ai cari e vecchi Crematory. E invece tempo due anni ed ecco che loro mi tirano fuori un qualcosa come Oblivion, un disco che riporta la formazione tedesca su livelli seriamente, ma seriamente importanti. Stento a crederci davvero, eppure Oblivion è realtà, è il ruggito della tigre che non vuole, che non accetta ancora il pensionamento, è il ritorno di una band che non ha mollato neppure nei momenti di grossa difficoltà, continuando a circoscrivere quello stile tipico che li rese importanti venti o più anni prima (e chissà se hanno mai pensato di cambiare drasticamente trademark).

Non so se Oblivion sarà la loro ultima opera, probabilmente non venderà molto di più rispetto ai suoi diretti predecessori. Però è quantomeno dai tempi Believe (2000) che non mi convincevano così tanto, e se davvero sarà il canto del cigno di Felix, Markus, Katrin e compagni, beh, sarà senz’altro un bel saluto in grande stile alle scene.

Ma partiamo proprio da Markus Jüllich perché il disco lo ha scritto per intero lui e la ritrovata ispirazione è senza dubbio da cercarsi nei nuovi innesti che hanno ridato solidità ad un monicker che non chiedeva altro da troppo tempo. Il buon Markus non sarà di certo un grande batterista (su Oblivion viene quasi sotterrato dal resto della produzione, e comunque si limita sempre al “compitino” di accompagnamento e nulla più) ma la ritrovata “verve” non può passare inosservata vista la corposa e valida scaletta tirata fuori per l’occasione. Tosse Basler si è rivelato essere l’ideale nuova spalla di Felix (più che su Monument, disco del suo esordio nel mondo Crematory), la sua voce potrà sembrare a primo acchito “sbagliata”, addirittura fastidiosa, ma se si riuscirà a superare lo strano scoglio il disco potrà decollare senza patemi verso vette che potrei definire “illimitate”.

Stento quasi a crederci di poter ricevere oggi, anno 2018, tredici canzoni tredici di così alto livello da parte dei Crematory. Oblivion non cede proprio mai (quasi te lo aspetti, e starà proprio li la sorpresa più gradita) e oltre ad offrire le consuete hit iniziali riesce a controbattere con dignità pure sul finale, proprio laddove molte volte i nostri sono finiti a zoppicare.

Il lavoro fatto sulle singole è risultato essere certosino ed essenziale, potremmo definirlo come un ritorno al passato da persone che hanno ormai collezionato diversi strati di pelo sullo stomaco. E’ come se i Crematory avessero ripulito il superfluo per concentrarsi al massimo sulle loro particolarità. Ed ecco così spiccare nuovamente Felix con una prestazione che potrei definire “da lacrime”, ed il merito è proprio dell’intesa ottenuta con la nuova spalla Tosse. I due si dividono parti e canzoni alimentando l’uno il lavoro dell’altro, si fanno del bene reciproco oltre a farlo per la band che riesce in tal modo a convincere sia nei brani più easy che in quelli più tirati, senza deludere quando le cose si fanno lente o talvolta dolci.

Le canzoni non finirei più di citarle, se l’opener Salvation serve giusto per introdurre la materia al meglio (a mio gusto) le perle seguiranno con i nomi di Ghost of the Past, Revenge Is Mine, Wrong Side (come ci vado sotto), title track, Cemetary Stillness (strofa e ritornello assolutamente killer!) e Demon Inside. Ma di torti a sto giro non se ne possono fare, ed eccoci servite senza interruzione le graditissime Until the Dawn, Stay with Me (sorta di “ballad” interamente interpretata da Tosse), For All of Us, Immortal e Blessed.

Oblivion è carico, melodico, catchy, drammatico, equo e ben prodotto. Un disco che ridà pieno vigore ai Crematory, e si, posso tranquillamente dirlo: “impressionante”.

La band risponde a gran voce a chi li dava troppo presto per morti, compromessi o dispersi (io in primis, mai avrei pensato di finire a dar loro spazio di top album) Semplicemente uno dei migliori dischi della loro carriera, prendere e portare a casa.

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