Coprocephalic – The Oath of Relinquishment

E pensare che ci ho provato e riprovato, ho perseverato nel non darmi per vinto, non ci ho voluto credere e sono andato avanti, ma ogni volta -puntuale, inesorabile- sono […]

E pensare che ci ho provato e riprovato, ho perseverato nel non darmi per vinto, non ci ho voluto credere e sono andato avanti, ma ogni volta -puntuale, inesorabile- sono sprofondato fino al collo dentro una massa apatica -per me- abbastanza preoccupante. Dando un occhiata in giro sembrerebbe che il secondo disco dei Coprocephalic sia piaciuto e nemmeno poco, misterioso il fatto di come io non riesca a considerarlo anche solo appena sufficiente. Bisogna dire che le cose sono fatte ed espresse bene, con la tecnica a servirsi di roboante brutalità “controllata” mista ad un perenne “vociare” gutturale di fondo. Poi mi guardo in giro e vedo che come ospiti speciali abbiamo Angel Ochoa (Disgorge), Matti Way (Pathology), e Blue Jensen (Guttural Secrete, Euphegenia), peccato che il “pastone” sonoro sia così piatto che nemmeno riesco ad accorgermi dei vari cambiamenti rispetto ai pezzi cantanti da Larry Wang (nella conclusiva (Proto)Christ li troviamo tutti assieme appassionatamente). Alla lunga, nell’insistenza, qualche cosa riesce anche ad emergere dal maelstrom, in certi casi mi sono pure ritrovato a “predire” qualche breve passaggio (miracolo!), ma per la stragrande maggioranza di The Oath of Relinquishment sono rimasto pietrificato, imbambolato e confuso nel chiedermi perché fosse così statico e continuamente eguale a se stesso tanto da arrivare a infastidire. Eppure gli stacchi ci sono, ma la sensazione di “loop” è così invadente da portarti presto ad un totale annullamento. Oh, poi magari è proprio questo quello che volevano ardire a distribuire, una strana forma d’incantamento attraverso un brutal death metal sfociante nello slam più catramoso in circolazione. Tecnica e chirurgia si sprecano durante le impalcature create (asettiche e profonde), riffs grassi ed impastati che si accavallano in continuazione, sembrano impossibili da arrestare una volta dato loro il via. Ed è così strano cadere schiavo della monotonia quando album dello stesso livello (o magari anche più basso) arrivano invece a catturarti con somma gioia e gaudio. Ma cosa c’è qui che non va??

E’ proprio la parola “piatto” a rimbalzarmi continuamente in testa, e lo fa anche adesso, durante l’ennesimo tentativo di capire se il problema sono io oppure il disco (è mai possibile diventare puntualmente vittima di una grigia coltre di malessere?). Dov’è la ragione? possibile che sia solo una continua coincidenza?

La concentrazione dovrà essere pressoché totale per riuscire a subire lo sconquassante movimento ritmico, negare l’intensità generale che anima la release sarebbe da folli, ciò rende quantomeno degno di lode il tentativo svolto alla radice dalla band. La ricerca di un certo “azzeramento”, la risposta non voluta ne tantomeno cercata, i Coprocephalic prendono gli strumenti, devastano guardando avanti in una direzione che interessa solo a loro, a noi saranno concesse solamente le spalle.

Chitarre a costruire impalcature, batteria protagonista nell’iniettare letali dosi di trasporto e growl pronto ad atrofizzare e distruggere a prescindere. E’ brutal death metal, è quasi sempre la stessa cosa, tanti lo fanno bene altri meglio mentre altri ancora “inciampano” pur restando nell’ottica “dell’ineccepibile”. Questi sono i Coprocephalic, un involucro apparentemente inattaccabile che porta con se un bel po di noia.

About Duke "Selfish" Fog