Come Back from the Dead – The Coffin Earth’s Entrails

Gli spagnoli Come Back from the Dead mi hanno offerto una buona dose di divertimento, senz’altro una bella e positiva esperienza sul loro debutto intitolato The Coffin Earth’s Entrails. Possiamo […]

Gli spagnoli Come Back from the Dead mi hanno offerto una buona dose di divertimento, senz’altro una bella e positiva esperienza sul loro debutto intitolato The Coffin Earth’s Entrails. Possiamo definire le loro peripezie musicali come death metal nel corpo e hardcore nel taglio della mente, giusto per dividere le parti strumentali da quelle linee vocali ricolme opportunamente d’acido e di una ben poco celata rabbia.

Il calco è certamente da andare a cercare in Svezia (l’album è pure passato di mano a Dan Swanö e gli Entombed sono qualcosa di più di una semplice e passeggera influenza) e quindi in tal senso andranno indirizzati i nostri/vostri gusti. C’è il classico, c’è il crust e la voglia di mordere sempre e comunque durante ognuno dei trentasei minuti globali. L’olio scorre bene fra gli ingranaggi e in tal modo potremo usufruire di The Coffin Earth’s Entrails senza subire arresti, concessioni alla mega-banalità o cedimenti di sorta. Il disco scivola via pungente, lasciando le necessarie abrasioni dove necessario, carico di un’aura mortifera e schiacciante ben esemplificata dalla copertina di rito.

Qualità che veleggia fiera del proprio incedere, non stanno di certo a perdere tempo in convenevoli i Come Back from the Dead, e non ci sarà nemmeno bisogno di lauree per capire una musica nata al primo tocco, viscerale e diretta, un mortifero pugno che vedremo prima partire e poi avvicinarsi senza l’urgente impellenza di opporre la minima resistenza a riguardo (insomma ce lo prendiamo ben volentieri). Lasciarsi colpire, lasciarsi prendere e poi trascinare con l’ombra del godimento sulle labbra, con grossi segni d’usura a marchiare un collo che sicuramente vi “ringrazierà” per il lavoro opportunamente svolto.

Non così facile oggi trovare dischi capaci di tenerti sulla corda per tutta la loro durata. Si, perché ognuno dei dieci brani presenti si merita la posizione avuta, fanno tutti parti di un disegno efferato e preciso pronto a non lasciare spazio ad alcun dubbio. E poi quel finale così perfetto con Vault Of Horror, un brano che vale più di mille “seghe mentali” o fiumi di parole lasciati in balia del vento. Nel mezzo? beh, dovrei citarle tutte davvero, a partire dalla opener Apocalyptic Great Panic (ideale spinta-anthem apripista) passando da Better Morbid Than Slaves, Krakenstein, Rise of the Scavengers (evocazioni “Dismemberiane”) o Haze Of Blood.

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