In Other Climes – Leftover

Avete l’intenzione di farvi prendere sonoramente a calci nel culo? Bene è giunto il momento di dimostrarlo, è giunto il momento di piazzare una bella bomba ad orologeria dal nome […]

Avete l’intenzione di farvi prendere sonoramente a calci nel culo? Bene è giunto il momento di dimostrarlo, è giunto il momento di piazzare una bella bomba ad orologeria dal nome Leftover. Loro sono gli In Other Climes e sono francesi, negli ultimi tre anni (il tempo intercorso dal precedente Empty Bottles & Wasted Nights) devono aver accumulato un bel po di rabbia (e merda) stando all’ascolto di questo potentissimo album. Eh si, perché Leftover non perdona, non scende a compromessi nemmeno sul più piccolo o minuscolo dettaglio. Randellate potenti, corpi che volano, cervelli che partono (nel cesso, stando all’implacabile immagine di copertina) e lasciano via libera a teste incontrollate ed impazzite, libere di scrollarsi di dosso tutte le tensioni del momento attraverso un headbanging furioso.

Vecchi dinosauri vengono ripetutamente tributati, ma poco davvero importa perché gli In Other Climes ti acchiappano alla gola, ti tolgono il respiro e successivamente ti chiudono la strada, proprio in quel vicolo buio che siamo soliti temere. Con la fuga sbarrata non ci resta che patteggiare, sottostare al volere di questo sound che tutto piglia (niente prigionieri si dice) e tritura. Hardcore, metal, thrash metal e punk, chi più ne ha più ne aggiunga su questa palla sonora prodotta con l’unico scopo di far male e di trafiggere sin dal principio. Se amavate i vecchi Pantera, gli albori dei Machine Head o il lato più spavaldo degli Anthrax  avete trovato in Leftover un valido “ritorno alla rabbia“, c’è poi il lato Biohazard a fare da ponte con lo spirito alternativo costituito da pura e semplice ribellione, diretta conseguenza di un fattore hardcore (Hatebreed, Madball) ben radicato e trascinatore indiscusso dell’opera.

I francesi ci mostrano come si può -ancora oggi- buttare fuori, far scaturire autentica rabbia attraverso un songwriting d’assoluto rilievo e per niente banale se guardato con la giusta ottica. L’ho ascoltato davvero troppe volte il disco e lo spettro della noia persevera nel non mostrare la sua presenza, non c’è nemmeno aria di filler (cosa che ha dell’incredibile!), forse non c’è nemmeno concesso l’attimo di pensarlo perché l’attacco prodotto è così deciso, così ben “pompato” che tutto il resto passa in secondo piano. Si rimane lì a subire i colpi, completamente ammutoliti di fronte al lavoro della sezione ritmica (ma come cristo “flagella” il basso) o di quello che sanno tirare fuori le chitarre (sono consigliati i raggi della colonna vertebrale a scopo precauzionale) . La voce viene accompagnata dai tipici “contro cori”, tutte belle cosine che ti fanno urlare con gioiosa noncurante repressione (pensa te, i momenti da ricordare pure si sprecano!).

Guardo la tracklist e godo, l’opener Dreams, il refrain di Now I Know, l’introduzione che lancia Who Are You (song dal ritornello potentissimo) e mi impongo di fermarmi qui perché altrimenti ve le citerei davvero tutte sino all’undicesima e conclusiva We Are An European Band (finale ironico viste le ispirazioni?). Quel che conta è la “voglia” che dovrà subentrare dopo il primo ascolto, dopodiché la rampa di lancio si costruirà automaticamente da sola acquisendo proporzioni di volta in volta sempre più ingombranti. (argh, ma come non citare City of Glass o I Walk Alone!).

Per chi cerca la scarica, o quella scintilla che ti fa alzare immediatamente il dito medio di fronte allo schifo che ci sovrasta, per questo è arrivato Leftover, il disco che quasi non ti aspettavi di poter sentire. Ah, quasi dimenticavo, se è “novità” la parola che ossessivamente ricercate in ogni dove qui non la troverete mai e poi mai.

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