Catuvolcus – Gergovia

Non è poi così facile o scontato trovare incarnazioni giovani già in grado di sfornare discrete operette. I Catuvolcus sono una di queste, anche se “il botto” arrivano ad intuirlo […]

Non è poi così facile o scontato trovare incarnazioni giovani già in grado di sfornare discrete operette. I Catuvolcus sono una di queste, anche se “il botto” arrivano ad intuirlo solamente a tratti, sfiorando apici ed eccellenze di passaggio.

Il loro secondo disco (purtroppo non sono ancora riuscito a “scoprire” il debut, mea culpa) Gergovia non sempre riesce a tenere alta la concentrazione, a volte si perde (seppur con classe e senza prodursi in pericolosi tonfi) ed è un vero peccato perché i Catuvolcus sanno come portare avanti un dato concetto, ma soprattutto sembrano sapere come scrivere melodie appartenenti “ad altri tempi”. Ogni volta che sento le prime due canzoni (dopo la classica intro Elaver) Par Monts Et Par Vaux e Le Colline De Chanturge penso sistematicamente: “wow! sono nati i Naglfar dai risvolti epici anche se in Canada!“. Queste due prime gemme mettono addosso una carica ed un furia bestial-glaciale divenuta nel tempo merce rara. In questi brani è racchiuso il segreto di cosa vuol dire “sensitivamente” il black metal per il sottoscritto, ogni volta ne rimango pietrificato, resto in attesa di altri momenti del genere, momenti che purtroppo non si ripeteranno se non per mezzo di brevi (troppo) fiammate.

Il loro black metal è epico ma non nel senso più ovvio del termine, l’epicità è raggiunta grazie a liriche urlate e dall’uso sapiente di pungente melodia (niente momenti “happy” tanto per intenderci, il livello d’intensità rimane sempre alto, anche nei pochi momenti definibili in qualche maniera come “riflessivi”).

Il problema di pezzi come Litaviccos e Impetus sono da ricercarsi forse nella lunghezza, forse i ragazzi non si trovano ancora completamente a proprio agio con costruzioni più articolate e per forza di cose “smaccatamente epiche”. L’attenzione va così un po a scendere, anche se l’ascolto non viene affatto compromesso negativamente parlando. E’ come se si assistesse al lento spegnersi di un grosso focolare, un fuoco che però da la vivida idea di potersi riprendere per riacquistare vigore, anche se solo per brevi tratti. Questi lampi vengono rappresentati al meglio da una Aux Portes De L’Oppidum nuovamente trascinante, dal finale di Recueil D’Opprobres e dal trionfante incedere della “gloriosa” À la Poursuite des Vents.

Ne consiglio l’ascolto ai fissati con un certo stile del sound svedese, e ovviamente a quelli che non si lasciano sfuggire nulla del fortunato binomio Francia/Canada. Si rischieranno sbornie e momenti “pericolanti”, ma fa tutto parte del gioco impostoci da Gergovia, un lavoro senza dubbio coraggioso e intraprendente.

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