Carcass – Surgical Steel

Tempo di metabolizzare, tempo per pensare e per vederci “chiaro” su un disco molto difficile da trattare come l’attesissimo ritorno discografico dei Carcass dopo una moltitudine di anni. Lo abbiamo […]

Tempo di metabolizzare, tempo per pensare e per vederci “chiaro” su un disco molto difficile da trattare come l’attesissimo ritorno discografico dei Carcass dopo una moltitudine di anni.

Lo abbiamo aspettato (forse i più sinceri e realisti nemmeno tanto) speranzosi, abbiamo fatto mille voli pindarici perché “questo” ritorno non era come quello di tante altre bands di alterne fortune che si sono riformate nell’arco dell’ultimo decennio o più. Qui si parla di Carcass, si parla di avanguardia, di un certo modo di suonare e porsi, si parla di personalità e di costante sorpresa, sempre e comunque (sino ad oggi almeno). A tanti è piaciuto, altri sono rimasti freddi, io mi unisco alla seconda categoria di persone perché -forse solo tra i soli- mi aspettavo un ritorno “da esclamazione o sbigottimento”, volevo qualcosa di nuovo ma allo stesso tempo Carcass come sempre, volevo essere catapultato in una nuova dimensione (chessò, un concept sugli alieni fatto nel loro stile? sto esagerando? usciamo troppo dal selciato?) perché sino a Swansong il monicker Carcass ha significato “osare”, proprio per questo mi aspettavo l’inaspettabile e proprio per questo rimango appeso ad un ascolto superficiale e dubbioso della tanto attesa nuova fatica Surgical Steel.

Tornano e si presentano con i “ferri del mestiere”, già da li la dichiarazione era abbastanza nitida ai più, gli Inglesi tornano tanto per “tornare” e non per stupire, i brani sono comunque 100% loro stile, ma assumono ben presto contorni “freddi”, l’album vorrebbe trasportare (in parte ci riesce a suon di girare) ma finisce ben presto vittima del proprio macchinoso riffing (con scritto sopra a caratteri cubitali made in Bill Steer) , a tratti sembra di essere di fronte a scarti di quello venuto prima e quest’idea non è di certo buona quando ci sono certi nomi in ballo.

Ci penso e ripenso e non c’è veramente nulla che non vada in questo Surgical Steel, ma dall’altro lato non c’è nemmeno qualcosa che vada “oltre” certe aspettative raccolte nel tempo, con pazienza, durante le esperienze vissute con altri loro capolavori (quando sapevano impressionarti senza mezzi termini già al primo ascolto). Bisognerebbe valutarlo senza guardare al passato ma mi riesce ahimé impossibile, colpiscono comunque duro i Carcass, ferrei, arcigni con un Jeff Walker ancora lì preciso preciso con il suo velenoso canto, il tempo parrebbe oggi quasi nemmeno trascorso, poi ti guardi indietro e non puoi che associare l’anno 1996 al titolo Swansong chiedendoti cosa diamine è successo in tutti gli anni in mezzo.

C’era bisogno oggi di questo ritorno? con risultato alla mano mi verrebbe da dire “anche no”, ma in fondo poi penso che il disco non è così brutto e mi dico “ma si ben venga, in fondo perdono solo qualche punto, che sarà mai”.

1985 è la melodia che ti aspetti in apertura, il gong che suona ed apre alla corrosiva Thrasher’s Abattoir, pezzo sibilino (con un riff che definirei “ad elastico”), arriva dritto al punto in pochi secondi. Dal resto della tracklist faccio poi emergere tre song: Unfit for Human Consumption (troppo bello quel “After all you are what you eat”), Captive Bolt Pistol (già un classico in partenza) e la conclusiva Mount of Execution (l’epica applicata ai Carcass? perchè no! buon tentativo davvero). Il resto è tutto molto lineare tanto che avrei molte difficoltà nel cercare di differenziare le parole.

Surgical Steel è un peso sia nel suo significato sia che nella sua esposizione, crudo, aggressivo e chirurgico, la lotta interiore è iniziata e solamente da soli, a tu per tu con noi stessi, potremmo capire quanto ci sono effettivamente mancati, oppure “quanto” ne avevamo bisogno.

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