Bowel Stew – Debridement

E andiamo a recuperare il terzo capitolo su lunga distanza dei Bowel Stew, formazione Lombarda che ci delizia con del brutale e “scorretto” death metal dall’ormai lontano 2001. Debridement non […]

E andiamo a recuperare il terzo capitolo su lunga distanza dei Bowel Stew, formazione Lombarda che ci delizia con del brutale e “scorretto” death metal dall’ormai lontano 2001.

Debridement non nasconde le sue intenzioni e la copertina non lascia spazio ad “errori” di valutazione o a repentini cambiamenti di traiettoria, quando la vedi già senti il sound provenire da qualche mefitico anfratto, un’anteprima “silenziosa” ma concretamente efficace nei riguardi del macello sonoro che ci troveremo davanti per una scarsa mezz’ora dal momento in cui premeremo il tasto play.

Otto maledizioni che scavano e scavano nel marcio e nelle viscere di un sound che sa intrattenere secondo le leggi del genere, otto maledizioni chiuse a dovere dalla cover di Hollow (Brodequin), giusto per non farsi mancare niente (come i classici e cultosi spezzoni tratti da vecchie pellicole che se conoscerete vi faranno “entrare” ancor meglio nel prodotto). I Bowel Stew valorizzano la loro esperienza infischiandosene delle “buone maniere”, si perché con Debridement si andrà a respirare solo ed esclusivamente aria marcia, un’aria che non ne vuole sapere di uscirsene a fare qualche passo all’aria aperta. E lì immobili rimaneremo, accuratamente segregati in cantina e con l’unica compagnia di una fioca lampadina a mostrarci vuoto e desolazione che stanno attorno. Non troveremo alcun tipo di concessione, nessuna nota pronta a venirici incontro, Debridement è una lotta contro la musica ed una lotta contro noi stessi, per sapere se riusciremo ad entrarci in contatto o meno (la particolarità dell’album secondo il mio punto di vista è che non è così scontato, potrebbe difatti attrarre come una calamita così come “stordire” nevralgicamente anche un navigato esperto del settore). La si potrebbe definire come “una costante ricerca del caos”, come un manifesto d’arte purissimo e malato, una “tesi” sul come si debba agire per appartenere con ogni atomo e ad ogni costo al circuito underground.

Le canzoni friggono e ribollono che è un piacere, mai dome e furenti al punto giusto nel cercare di scorticare la nostra corazza (e nel farlo mai ci annoiano). Drumming intenso e riffing instabile si concedono fra le braccia di un growl profondo e demoniaco, ovvero quel “giusto trionfo” atto a ricreare un dipinto rosso sangue, appena formato con gustose budella fresche fresche di giornata.

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